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A chi ha pensato Londra in maniera diversa.

by / mercoledì, 18 Settembre 2013 / Published in quickNews

Questo nuovo racconto di Lorenzo Giroffi ci era arrivato quando lui era già lontano dall’Italia, si trovava infatti in uno di quei posti che mettono apprensione solo a sentirli nominare, si trovava sulla Striscia di Gaza.

Ora è tornato in Italia, ma ben presto partirà, forse proprio per la Siria, perché Lorenzo vuole vedere le cose da vicino per poterle raccontare, e vuole vedere proprio quelle cose che la maggior parte delle persone cerca in qualche maniera di evitare. Come in questo racconto, dove ci parla di persone che per colpa della crisi, dei tagli, dei problemi sociali, si ritrovano senza niente, proprio in una delle città simbolo del potere finanziario mondiale: Londra.

Visioni Mondaniche | Lorenzo Giroffi

Di ritorno sul solito bus mi sono imbattuto in una baby-gang dai tratti somali. Ero troppo stanco per  preoccuparmene e privo di oggetti preziosi per pensare a come dissuadere. D’altra parte la scena era troppo comica, con alcuni dei giovani criminali intenti a minacciare da una parte con la cintura presa dei pantaloni, dall’altra con minuscoli coltelli e gente che si dimenava goffamente cadendo dalle scale per scappare dal lato alto del bus. La gang rispettava ogni stereotipo ed io trattenevo una risata che spontaneamente mi sgorgava fuori. Uno del gruppo dei molestatori mi ha chiesto se fossi turco. Gli ho risposto di provenire dall’Italia, preparandomi alla solita sequela di citazioni come mafia, qualche squadra di calcio, risate ebeti, parole urlate per emulare l’italiano od altre cose del genere. Invece mi sorprese con un termine ricercato, seppur non gratificante: “farabutto!” È   buffo che conoscesse questa parola, chissà se ne sapeva anche il significato. Intanto il bus si era fermato e mentre io chiacchieravo amabilmente con questo ragazzino dal coltello tra le mani, salì la polizia, chiamata dall’autista e giunta spaventosamente presto. Gli agenti mi chiesero di scendere, dopo che in un primo momento avevano pensato  fossi parte della gang. Poi non so se per il mio aspetto non proprio adolescenziale o le parole dell’autista, ma comunque non ebbi problemi a divincolarmi. Quella situazione è una delle tante spie che si accendono in merito all’abusata dicotomia “disagio sociale”. In effetti la giostra piena di latte, prona a regalarlo, come una puttana senza tariffa, che è stata Londra nell’immaginazione di molti viaggiatori e migranti felici di fermarsi qui, sembra essersi fermata. Una città che si sta piegando alle viscere di sofferenza e precarietà che ci scorrono dentro.

La periferia a nord della città, quella che ruota attorno Tottenham, la sto calpestando. In questo periodo sono tanti i tagli a strutture pubbliche, un tempo inattaccabili (sanità, istruzione, assistenza abitativa). Sono in molti ad aver perso abitazioni sociali presenti al centro, iniziando una sorta di diaspora nelle periferie, dove ci si è dovuti sobbarcare di un affitto in qualche misura più affrontabile. Tanti altri però non sono stati in grado di fare i conti con una nuova vita, fatta di spese nuove ed introiti inefficaci.

M’infilo nel grigio dei vichi di Tottenham, tra serrande abbassate e murales con inni ai riots. Una pioggia sottile s’intromette al panorama di donne dalle buste di plastica tra le mani, ragazzi dalla bocca larga e tetti colorati dal fumo delle caldaie. Sono strade vissute per lo  più dalla comunità afro presente a Londra ed uno di quei preti che dalla spiritualità trae la voglia di percorrere la strada e calarsi nella realtà, proveniente proprio da quella realtà, mi aspetta qui. Pastor Alex è un omone dalla voce grave e profonda, con la lirica che sembra tenere le battute di un pezzo rap. Lo incontro ai piedi di un vecchio deposito, in un circondariale post-industriale. Lui è uno di quelli che, tenendo per i capelli le esistenze dei diseredati, si è spogliato di ogni inutile formalismo.

Sono subito dentro la struttura reinventata, che dovrebbe essere il riparo della sacralità di questo prete afro. Tuttavia c’è solo un altare, è in fondo la prima sala che trapasso. Poi sacchi a pelo, stufe e bollitori per caffè caldi. Guardo in maniera fugace tutto lo scenario del ripostiglio di questi senza tetto. Pastor Alex mi spinge subito dentro una sorta di ufficio, il suo, dove poter parlare con più calma. Forse il motivo reale del nostro allontanamento è legato al fatto che il sonno e la voglia d’isolamento delle persone presenti qui non si conciliano con la mia curiosità. Perdendomi nei toni bassi e caldi della voce di questo prete aitante, con pochi capelli, tanti quanti i suoi denti, sento il racconto della povertà in una città che rappresenta uno dei simboli del potere finanziario mondiale: Londra.

“Il centro di questa città rimanda alla ricchezza di tutto il Paese, ma in realtà non riflette le condizioni di vita delle persone che vivono qui”.

Alex mi parla delle periferie, della rabbia dei ragazzi che vi ci abitano, l’assoluto paradosso di possibilità sempre più sbriciolate. Chi è venuto qui da solo, per creare nuove comunità, interfacciarsi con lavori, si è ritrovato isolato. Pastor Alex mi mostra le foto e le bandiere di tutti i suoi incontri. Sotto tutti questi ricordi c’è una cassettiera in ferro che fa calare nuovamente l’atmosfera di burocrazia sui problemi di strada e vita umana. Ci sono tanti moduli da compilare per alcuni dei senzatetto che si sono riparati qui.

“Se non hai una residenza, in Inghilterra i medici non ti offrono assistenza. Chi si trova in questa Chiesa fa i conti con l’assenza di abitazione e per questo li tengo qui. Offro questa Chiesa come domicilio, così possono beneficiare di cure mediche”.

Siamo a contare le nazionalità, i sogni persi, le persone che non hanno casa e quelli che non hanno mai potuto cercarla. Pastor Alex dalla finestra guarda le nuvole e gli istanti estemporanei del cielo privo di pioggia. Afferra la mia attenzione, togliendo le nostre teste da tabelle e considerazioni.

“Qui siamo stanchi, infreddoliti, affamati, ma non credo che restare in una cantina della società possa servire a qualcosa. Potremo approfittare della tregua della pioggia e farci un giro di pub amici”.

Immagino un’adunata scoordinata di alcune persone presenti nel centro, invece il prete dalla parlata gonfiata invita solo me ad accompagnarlo. Ci buttiamo tra grondaie sempre piene, l’odore di bagnato,  ragazzi dai pantaloni strappati, saracinesche arrugginite e le borse che teniamo tra le mani che iniziano a riempirsi. Entriamo ed usciamo da una serie di pub che occupano gli angoli delle strade che attraversiamo. Cibo e bevande che si avviano alla scadenza ci vengono concessi dagli autolavaggi di coscienza che sono diventati i proprietari di questi locali. Ammassiamo viveri da svago mentre Pastor Alex mi raccomanda di tenere le buste ben strette al nostro rientro, per selezionare con razionalità la destinazione degli alcolici, perché a chi si sta disintossicando è il caso di concedere un altro tipo di festeggiamento.

L’apatia di questa Chiesa costringe tutti i suoi ospiti ad un completo disinteressamento verso qualsiasi novità, quindi anche il nostro rientro non smuove nessuno. Neanche la trasgressione dell’alcol crea una frana emotiva. Nessuno vuole pensare a qualche tipo di ambizione, perché il posto al caldo è già un paradiso da custodire e quindi ogni novità deve essere vissuta con passività. Voglio sovvertire l’ordine imposto da Pastor Alex ed anticipo ogni sua iniziativa con un invito di passeggiata. Stappo una birra, invitando a fare una passeggiata, chi vuole, col bastone della morale agitato dal pastore della Chiesa, che ci indica il percorso, tentando di limitare i nostri accompagnatori, che in effetti diventano tanti, formando un bel gruppo. Giriamo sui marciapiedi che sembrano piegarsi anche loro all’instabilità delle nostre camminate, tra scarpe slacciate o bucate contro gli stinchi sbadati di un altro, tra un sorso di birra da buttare giù, gli sguardi di Pastor Alex da dribblare, la scadenza dei prodotti da affrontare, le persone per strada a svestirsi d’indifferenza ed in qualche modo notare i dimenticati della periferia nord della città, una sbronza che arriva e qualche intossicazione con essa, con la meraviglia di aver passato questo tempo, ma gli scarti dei pub nell’intestino.

Nessuno vuole piangere o commiserarsi, perché le periferie sono anche nei salotti puliti e nei tappeti luccicanti di Oxford Street. Proprio quell’indifferenza coincide con un pensiero sottile di lontananza, di distacco ultraterreno dalla realtà, che invece sta arrivando lì sotto, perché le rivolte non sono mai casuali, perché chi paga le conseguenze non è su un altro pianeta, ma può passeggiare per le stesse strade, anche se abitualmente è costretta all’iconografia dell’elemosina, della pietà.  Ora sono proprio qui, con i numeri dei tagli al welfare, con gli affitti sociali tolti, con i sogni frantumati di chi ha pensato a Londra in maniera differente, con la realtà che tutti dovrebbero prendere a pugni, carezzare, sputare e baciare. Addio Londra.

Lorenzo Giroffi

Collana Transfert

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