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Roberta Diazzi. Dal ritratto pop al concetto dei cristalli Swarovsky

by / giovedì, 09 Maggio 2019 / Published in blog

Scopriamo il lavoro di Roberta Diazzi dal ritratto pop ai cristalli Swarovski.

Gino: È un mondo, quello del design, che dovrebbe collaborare di più con il mondo dell’arte, invece rimangono due realtà abbastanza staccate. In qualche modo però nel tuo lavoro riescono a trovare un punto d’incontro…

Roberta: Sono riuscita a fare qualcosa proprio nel mondo del design. Ho partecipato al “Fuorisalone” per quattro anni, in collaborazione con la “Colombo Stile” di Milano. Loro fanno proprio arredamento, molto tradizionale se vogliamo: con queste forme che richiamano il neoclassico, utilizzando materiali più contemporanei. Con loro, in via Durini, sono riuscita ad esporre per quattro anni – proprio nella vetrina principale – i miei lavori, finite con delle cornici sicuramente più barocche e vicine al loro stile. Abbiamo avuto un grande successo con le tigri, proprio perché il loro pubblico è prettamente russo: quindi siamo andati a colpire sempre il solito discorso di capire a chi proponiamo questa tipologia di lavoro. Capire anche i soggetti, che magari le persone possono apprezzare più di altri.


G: Tu come sei arrivata a questo tipo di lavoro? Come sei arrivata a pensare di utilizzare gli Swarowski per fare le tue opere?

R: Allora, io nasco come ritrattista in chiave pop. Ho realizzato oltre mille ritratti su commissione, nei primi dieci anni della mia produzione artistica.


G: Sei iperproduttiva…

R: Sì, ho sempre lavorato, però solo su commissione, con tanti privati. E, nel momento in cui mi sono seduta ho pensato: per dare una svolta al mio lavoro, cosa devo fare? Perché è bello lavorare con il privato, ma è bello anche poter far crescere il mio nome. E far crescere il mio nome voleva dire utilizzare i canali un po’ più classici, che fossero le gallerie, che fossero istituzioni, che fossero altri supporti. E quindi lì sono stata costretta ad evolvere, in un qualche modo, a far crescere anche il mio lavoro.


G: Probabilmente era un’esigenza che sentivi…

R: Un’esigenza che sentivo già da un po’, esatto. Sempre utilizzando comunque un tratto estremamente grafico: per cui i colori sempre suddivisi singolarmente. Non ho fatto altro che sostituire il pennello d’olio con il cristallo. Quindi utilizzando prima il pennello, e poi successivamente la tecnica del mosaico, andavo a riempire tutti questi spazi in modo da ricreare l’immagine in tutta la sua completezza.


G: A livello tecnico, gestuale, è proprio un cambio radicale. Perché la pittura ti permette in qualche modo di avere una fisicità diversa nei confronti dell’opera. Quindi non hai avuto dei problemi?

R: Sì, all’inizio è stato complesso…


G: È un approccio molto più riflessivo, più lento, metodico…

R: Esatto. Perché poi in realtà su un dipinto, oltre quelle 10/15 ore non ci stai sopra: qui invece ci sto tante ore, tanti giorni, tanti mesi anche, a volte. Sulle opere, soprattutto come questa che vediamo di grande formato, con 62.000 cristalli: le ore di lavoro sono tantissime. Al di là di tutto però, una volta scoperto il cristallo Swarowski mi sono fermata, e sono ancora ferma qua. Poi in futuro non si sa, però al momento sto portando avanti questo.


G: Quindi quali sono i discorsi che stai portando avanti con questa tecnica? Dove ti permette di arrivare?

R: In realtà mi permette di arrivare un po’ ovunque, dipende da cosa voglio fare io e cosa mi chiede anche il pubblico.


G: Che rapporto hai con la committenza? Quanto guardi a quello che il pubblico chiede e quanto invece vai avanti per la tua strada e ci metti di tuo? Questo è sempre un equilibrio difficile.

R: Esatto, è un equilibrio molto difficile. Diciamo, che venendo da un lavoro fatto solo su commissione, inizialmente ero molto attaccata a questa cosa. Quindi, passando dall’olio ai cristalli i miei soggetti continuavano ad essere gli stessi: per cui il ritratto, i volti, le icone pop. Il primo scatto che mi ha portato a dare una svolta a quello che era il mio lavoro precedente è stato il mondo animale. È stata una mia esigenza, una mia richiesta che veniva da dentro, per l’amore verso questi animali. Ma soprattutto per una bellezza che nell’arte si fa quasi fatica a riprodurre: la bellezza che la natura ci dà.


G: È sempre stata un po’ la grande sfida degli artisti quella di riuscire a metterla in un quadro…

R: Esatto. Il manto di un leopardo, la perfezione di queste macule… è veramente affascinante . E quindi l’artista, con i suoi limiti,ci prova. Per m,e è stata una sfida. Il pubblico ha reagito sempre bene, perché l’animale è un soggetto sempre amato: il leone per l’America, il panda per i paesi orientali… ogni ambiente vedo che ha le sue icone.


G: Che sensazioni diverse provi quando ritrai la natura e quando ritrai l’uomo? Che differenza c’è fra questi due soggetti?

R: Sono due cose molto diverse. Nell’uomo, tante volte sono persone che non conosco nemmeno…


G: Non senti il bisogno di conoscerle?

R: Cerco, attraverso questi tratti – soprattutto gli occhi – di pensare che cosa possa esserci all’interno di questa persona. E lo trovo divertente, perché mi metto a pensare a tutto ciò che può essere una persona: simpatica o antipatica…


G: Quindi parti dalle fotografie

R: Sì, dalle immagini fotografiche. Ne richiedo sempre almeno una decina, proprio per conoscere più aspetti della persona, che è molto riduttivo parlare di aspetti da una fotografia, ma comunque si riesce sempre a trovare qualcosa di veritiero.


G: Oggi come deve essere il ritratto, cosa vuol dire oggi? In una società che comunque è così massacrata di immagini, di fotografie, di selfie. La gente alla fine si vede in continuazione. Invece l’artista che cosa può dare secondo te in più a questa auto-rappresentazione?

R: È lo studio che mi ha proprio portato a parlare dello studio che sto facendo da qualche mese. Sto mettendo un po’ in discussione tutto ciò che effettivamente è l’essere umano: cosa siamo noi in realtà, come vogliamo apparire. Perché tante volte il mondo di oggi, internet, i social, ci pongono tante domande, e molto spesso noi vogliamo apparire come in realtà non siamo.


G: Ma infatti quello che si dice, che si sta cominciando a dire, è che sui social sembra sempre tutto bello, tutti felici, passa sempre questa patinatura della vita. Invece se vai scoprendo non è così…

R: Esatto. Abbiamo tutti dei veri e propri codici diciamo. E io, con lo studio che sto facendo ultimamente, ho voluto rileggere questi volti attraverso l’impronta digitale. L’impronta digitale cos’è? In realtà non è altro che un codice genetico unico e irripetibile. Siamo dei soggetti con determinati codici, sia caratteriali, ma non solo, anche fisici ovviamente, che ci definiscono come siamo per sempre, non si possono cambiare. E quindi sto facendo questo studio di questi volti che si leggono attraverso le impronte digitali: su un supporto nero questi volti escono, attraverso questo ovale – forma che si presta particolarmente per il volto-. E quindi è un gioco molto divertente.


G: E come ci sei arrivata a questa cosa?

R: Sono andata a fare una nuova carta d’identità. Adesso, che è tutto in formato digitale, prendono queste impronte. E mentre uscivo dall’anagrafe ho pensato: qua adesso mi hanno preso la foto, l’impronta, sanno tutto di me. E non si scappa, io sono quella, sono unica, irripetibile. E mi sono detta che io comunque sono quella che dipinge, che ritrae volti da sempre, è un po’ il mio mondo. Da lì ho pensato perché non fare, e proporre soprattutto a delle persone che magari rimangono colpite e incuriosite da questa cosa, il proprio ritratto con la propria impronta digitale.


G: È fantastica questa cosa. Poi ti permette in qualche modo di evolvere il figurativo tradizionale verso qualcosa di più informale, forse anche concettuale.

R: Esatto. Nell’ambito artistico è quello che poi mi ha dato più soddisfazione. Perché oggi è importante anche far vedere a chi ti segue questi step di crescita.


G: Infatti questa è una crescita notevole, un distacco notevole dalla produzione che facevi precedentemente. Secondo te che ruolo riveste nel lavoro dell’artista il marketing?

R: Io vengo proprio dal mondo della grafica. Prima di fare pittura ho iniziato a lavorare in ambiente pubblicitario. Quindi ho fatto pubblicità, marketing, per diversi anni. Forse questo mi ha dato quella spinta, quell’impronta, per partire a lavorare su commissione. Perché io ero molto abituata a lavorare a stretto contatto con il committente, anche quando facevo pubblicità, perché dovevo soddisfare la richiesta di chi avevo davanti: con la propria azienda, spingere i loro concetti, i loro prodotti…


G: Questa è una cosa che un po’ si critica, ma è poi quello che l’artista ha sempre fatto nei secoli.

R: Esatto. Poi c’è stato questo vento nel ‘900, dove tutto si è un po’ trasformato. Dopo gli anni ’50 l’arte è cambiata molto: l’artista ha seguito in parte ciò che il committente richiedeva ma, dal mio punto di vista, ha spinto più le sue esigenze di comunicare le proprie sensazioni, più che ascoltare il mercato. Per me invece è diverso.


G: Questo forse è vero relativamente. All’inizio è stato così, ma diciamo che poi anche artisti famosissimi come Warhol, Picasso, sono stati dei grandi affaristi di sé stessi.

R: Warhol in modo particolare perché veniva dal discorso della pubblicità. E quindi lui, per forza di cose, doveva stare molto vicino alla committenza. Per me è stato uguale. Forse con questa evoluzione dei volti che si leggono attraverso un codice genetico forse sono andata un po’ oltre: mi sono staccata da quello che chiede la committenza. Anche se in realtà sono stata allo stesso modo spinta da quello che c’è fuori, che ci circonda: mi rifaccio un po’ al discorso dei social, di come le persone oggi vogliono apparire ma in realtà non sono.


G: Quindi questa è un po’ la tua prova del nove, per certi versi. È il momento di capire se comunque il tuo pubblico ti segue in questa cosa, e quanto si riesce a mantenere in equilibrio quel discorso che facevamo prima. Ma com’è lavorare a queste opere? È un lavoro lunghissimo, enorme… di pazienza, di tempo…

R: Sì, tecnicamente ci vuole tanta pazienza, tanto tempo, perché questi cristalli io gli applico tutti uno ad uno.


G: Quanti ce ne sono?

R: Variano mediamente dai 10/15 mila e possono arrivare anche a 70 mila cristalli. Utilizzo al massimo 3/4 colori, perché poi il quinto colore è dato dal supporto, che è il nero. È fondamentale che il mio supporto sia nero, proprio per una resa di brillantezza, e lo stesso cristallo colorato acquista sicuramente più importanza sul nero. Dello stesso colore ho sempre quattro diametri differenti per andare a riempire tutti gli spazi perfettamente. Ci vuole tanta passione e pazienza.


G: Comunque è un lavoro che parte già da costi abbastanza importanti, sia in termini di materiale che di tempo…

R: Il materiale in modo particolare, ha dei costi molto elevati.


G: Ma hai un accordo con Swarovski o compri cristalli per i fatti tuoi?

R: L’accordo c’è, nel senso che, dopo 3/4 anni di collaborazione, sono entrata a far parte dei loro top brand. E quindi, nel loro sito ci sono tutti questi grandi nomi internazionali – dalla moda, all’arredamento -, e ci sono anche io. È importante perché ogni volta che viene realizzata un’opera rilascio, oltre alla mia autentica, l’autentica Swarovski, con un codice alfanumerico che il cliente può andare a digitare all’interno del loro sito e verificare l’autenticità dell’opera di Roberta Diazzi.


G: Questa è una cosa molto importante a livello anche di brand…

R: Sia di brand, ma allo stesso tempo per me è importante lasciare qualcosa al cliente che spende determinate cifre per acquistare un’opera che ha comunque un valore a livello di materiale. E mi piace anche far passare questo significato, che è un cristallo prezioso ed è certificato da Swarovski.


G: Che differenza c’è fra i cristalli Swarovski e altri che potresti utilizzare?

R: Un altro mondo. Li ho provati, prima di arrivare a questi, per una questione di costi, per capire la differenza che c’era: la brillantezza, come viene riflessa la luce, la gamma colori. È proprio un altro mondo. E quando arrivi a Swarovski ti fermi, non vai oltre.


G: Ma non ti vine mai volta di riprendere il pennello in mano? Lo fai ogni tanto?

R: In realtà lo faccio spesso, perché i miei vecchi clienti mi chiamano spesso, mi capita ancora.


G: Quindi hai ancora una fetta di attaccamento al ritratto tradizionale?

R: Sì, fortunatamente c’è, e ne sono contenta.


G: Non ti crea squilibrio lavorare parallelamente a queste due cose?

R: No, nel tempo sono riuscita a dare ad ogni cosa il suo spazio. Come tempi, come tecnica, come utilizzo dei materiali, proprio fisicamente, pennello o la pinzetta… sono due cose che ho distinto da subito.


G: Questo è un lavoro che, in qualche modo si avvicina anche alla tridimensionalità. Ti sei mai messa alla prova con la scultura, con la terza dimensione?

R: Ci sto pensando da tempo. Anche se in realtà non ho ancpra avuto modo di fare uno studio, di dedicarmi in pieno. Però ci sto pensando, non escludo.


G: E quindi adesso come ti vedi nei prossimi anni? Qual’è la tua strada, dove pensi di andare? Come ti piacerebbe che la tua vita da artista evolvesse?

R: Sicuramente il fatto di poter arrivare con i miei lavori sulle piazze internazionali, dove già ci sono in parte, ma ampliare questo discorso. Quindi andare oltreconfine, oltreoceano.


G: Quali sono secondo te le strade da battere oggi per un artista, per arrivare a un mercato internazionale?

R: Sicuramente attraverso delle gallerie serie, che sanno lavorare, che amano fare questo lavoro. Perché ci vuole tanta passione, sia da parte dell’artista, ma anche del gallerista. Il credere nell’artista, che ovviamente non è semplice, però è una scommessa. Con dei buoni galleristi credo che si possa arrivare.


G: Quindi tu pensi che oggi sia ancora necessario il rapporto tra l’artista e il gallerista? Ancora non ce la fa da solo ad arrivare al mercato internazionale?

R: No, io credo di no. Il collezionista di un tempo, ma anche quello di adesso, cerca delle garanzie, e non le trova direttamente dall’artista. Le trova dal gallerista che fa quel mestiere da tanti anni.


G: Il gallerista fa da garante quindi.

R: Fa da garante. Ed è una figura che ancora, a mio parere, funziona.


G: Forse da garante neanche tanto nella qualità dell’opera, ma forse nell’investimento che spesso si pensa di fare su un’opera. Quindi, sul lungo termine, garantisce che questo artista crescerà: quindi tu stai comprando questo quadro, stai facendo un buon investimento. Perché questo è un aspetto che si guarda oggi.

R: Il percorso dell’arte è comunque un percorso lungo. Si sa che è difficile riuscire a fare il passo… ci vuole tanto tempo e bisogna lavorare, non mollare.


G: Tu oggi con che galleria lavori?

R: Io lavoro con la Zanini, a San Benedetto Po a Mantova. Una realtà che parte con l’antico, nel 1914 con i loro nonni. Successivamente Davide e Alfredo, che sono miei coetanei appassionati d’arte contemporanea, hanno aperto un bellissimo spazio, con tanti nomi molto importanti, anche nell’arte contemporanea. Con loro sto facendo tutto il circuito delle fiere italiane, quindi fiere importanti, perché è comunque giusto essere presenti nel proprio paese. Poi lavoro con la fondazione Mazzolini di Bergamo, nelle piazze di Forte Village Resort a Santa Margherita di Pula, e a Porto Cervo. Adesso inizierò con l’Italian Fine Art Gallery di Positano, con una serie di opere dedicate ai volti. Poi lavoro con la Artion Gallery di Ginevra, che ha altre sedi in Grecia, quindi sono sia a Ginevra che ad Atene. Poi sono in una piccola realtà a Hong Kong, la ZZHK Gallery: è una galleria gestita da ragazzi molto giovani, adorano gli animali e hanno un pubblico giovane, ma che funziona. Come gallerie ho il Forte Arte di Forte dei Marmi: questa è una piazza molto interessante, perché in estate il pubblico è internazionale.


G: E la prossima pubblicazione che faremo insieme quindi verterà soprattutto sui ritratti?

R: Mi piacerebbe dare larga spinta e largo spazio a questo lavoro, sì.


G: Potrebbe essere interessante perché potremmo così avere l’occasione proprio di fare questo discorso sull’evoluzione del ritratto, su che cosa significa oggi rappresentare, andare a scavare all’interno di ognuno di noi, che è un problema secondo me molto importante da affrontare. L’artista è secondo me quella figura che ci traghetta da quello che vediamo a quello che non vediamo… e il ritratto forse proprio questo deve fare: far vedere noi stessi in un’altra maniera, attraverso il filtro dell’artista appunto. Questo ruolo, se vuoi, anche un po’ sciamanico dell’artista che ti scava dentro. parlavamo prima della difficoltà di raffigurare questo genere di opere attraverso la carta stampata, perché sono opere non facili da raffigurare, da rappresentare…

R: Non sono facili da fotografare, e allo stesso tempo il veicolo cartaceo appiattisce e toglie molto per quanto riguarda la brillantezza. Il video aiuta tanto.


G: Effettivamente restituisce una profondità diversa alle opere. Quindi il lato digitale in questo caso può essere un supporto maggiore, oltre che per far arrivare al nostro pubblico da canali differenti quello che noi vogliamo comunicare: ci permette anche, esteticamente, di avere un approccio differente.

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