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L’amore zitto

by / venerdì, 28 Marzo 2014 / Published in blog, Collana Transfert, Sergio Saggese, Visioni Mondaniche

Questa che segue è la prima parte del racconto che l’autore di Codamozza ci ha regalato (è il suo settimo racconto, gli altri li troverete tutti all’interno della rubrica Visioni mondaniche), che abbiamo voluto dividere per facilitarne la lettura e raddoppiare il godimento.

Segnatevi l’appuntamento per non perdervi la seconda parte che pubblicheremo il prossimo venerdì e buona lettura!


 

L'amore zitto di Sergio Saggese

Fosse stato per mio padre sarei già morto da un pezzo.

Se sono vivo e ho imparato a cavarmela, lo devo soltanto a Mohanish.
Mohanish Kumar mi prese con sé da piccolo, mi sfamò, mi crebbe e mi portò a lavorare con lui allo smontaggio delle navi.
Tenerle ferme costa troppo e, di fronte alle difficoltà per noleggiarle, gli armatori preferiscono demolirle per venderle smantellate ai ferrivecchi.
Ci pagavano due dollari al giorno per smontarle pezzo pezzo, e lo facevamo a mani nude, dopo aver lavorato di fiamma ossidrica e di tiro alla fune per scardinare le lamiere.
Smontavamo perfino portaerei.
Lavoravamo nel cantiere navale sulle coste del Gujarat che era un cimitero di navi spiaggiate.
Ricordo che quando vidi per la prima volta una portaerei, confessai a Mohanish che mi sembrava un deserto d’acciaio.
Lui scoppiò dal ridere.
Poi mi disse che parlavo così perché non avevo la minima idea di cosa fosse veramente un deserto.
«Che cosa sia un vero deserto» dichiarò «nessuno potrà mai dirlo. Perché i deserti, quelli veri, cominciano proprio nelle parole».
Incrociò le braccia, dopo averlo detto, e aspettò che gli ribattessi, ma io non lo feci. Così rise di nuovo. Rise al mio silenzio stupito e buttò giù un sorso di birra colandosela sul collo.
«Quando sarà che mi troverò di fronte a Brahma il Creatore» mi disse «ci fisseremo negli occhi, noi due, e sono certo che sarà lui per primo ad abbassare lo sguardo»
Parlava a voce alta pur sapendo di bestemmiare e  dicevano tutti che non ci stava con la testa.
«Ebbene, quando lo farà,» mi disse con occhi iniettati di sangue «quando Brahma abbasserà il suo sguardo, quello e soltanto quello significherà per me il deserto».

Era uno di poche parole, da sobrio.
Quello che so di lui gliel’ho rubato quand’era ubriaco.
Tutte cose confessate a bocca bagnata, le sue, e poi smaltite con la sbornia.
L’indomani riprendeva a guardarmi con occhi schiariti.

Aveva lasciato i genitori nel Bihar.
Aveva amato una ragazza di nome Mahima il cui sedere lo aveva fatto letteralmente impazzire.
«Da quando le scrissi di amarla» mi confessò una volta «lei non mi ha mai più salutato. Era prevedibile, lo so – mi disse- ma le ultime volte era diventata una cosa ridicola il fatto che quando la incontravo, evitando di incrociare il mio sguardo, lei mi desse immediatamente le spalle, offrendomi senza rendersene conto il suo sedere, capisci? Il suo sedere! Proprio la parte di sé che più mi piaceva guardare!»

La bella Mahima apparteneva a una casta superiore.
L’amore dichiarato di Mohanish era stato un affronto da lavare col sangue.
Quando i genitori di lei vennero a saperlo, Mohanish fu prelevato fuori della scuola da sei brutti ceffi, bastonato, portato per le strade del villaggio con la testa rasata e quasi ucciso.

È morto in un’esplosione il 30 luglio del 2008, per aver sfiorato con la fiamma ossidrica una sentina piena di gasolio.
Aveva quarantacinque anni.
Provvidi personalmente alla sua cremazione.
Volevo che bruciasse bene, che non rimanessero pezzi suoi galleggianti sull’acqua.
Temevo che degli sciacalli si mettessero a setacciare il fiume in cerca dei suoi avanzi con la speranza di cavargli di bocca qualche dente d’oro.
Diedi fuoco al suo catafalco con le lacrime agli occhi. E solo quando fu completamente bruciato, raccolsi le sue ceneri per gettarle nel Gange.
Prima di farlo ne rubai un pugno per riportarne una parte nella sua terra.
Lo feci qualche settimana dopo.
Gliel’avevo promesso.
Me l’aveva chiesto un giorno e gli dovevo troppo per negarglielo.
Mi confessò ch’era stato folgorato dalle parole di un missionario.
‘Soltanto quando lo si sotterra nel posto in cui è nato’, gli aveva detto quel prete, ‘un uomo non lo si seppellisce semplicemente, ma lo si pianta’.
Mi disse che una volta morto avrebbe voluto che una piccola parte delle sue ceneri fosse seppellita nel terreno umido del Bihar che la sua Mahima, Mahima-dal culo bello avrebbe continuato a calpestare.

Continua…

di Sergio Saggese

Collana Transfert

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