CREATE ACCOUNT

FORGOT YOUR DETAILS?

L'espressionismo composto di Lorenzo Mari. Recensione a 'Nel debito di affiliazione'

Lorenzo MariLa possibilità di un passaggio di testimone tra generazioni, di un’eredità morale e culturale da ricevere, elaborare e attuare nel futuro è, nel Novecento italiano, un tema fortiniano. «Proteggete le nostre verità» è la “lapide” conclusiva di Composita Solvantur.
Ma la verità, per il rigoroso autore di Dieci inverni, non può essere offuscata dai bagliori di un fine astratto ed esterno, da un volontarismo ideologico che non faccia i conti davvero con le esigenze pratiche ed umane del presente. Si tratta poi, nello stesso tempo, di una verità non rimandabile ad un futuro che sembra continuamente sfuggire oltre.
Questa lezione, dal punto di vista di chi resta, sembra ben chiara al giovane Lorenzo Mari (classe 1984). Il “debito” del titolo è un debito di figli, ma, come si lascia sfuggire lo stesso autore in una nota, può essere anche un debito di “orfani”. L’assenza dei padri è tuttavia un’assenza da cui si emanano parole, gesti, esempi morali; e d’altra parte, è davvero orfano soltanto chi ha avuto (o trovato) un padre. Con questi padri lontani non è infatti possibile avere un vero corpo a corpo, un cabotaggio continuato e costante dei loro limiti o virtù. Ma se i padri sono presenze lontane, punti sottratti al corso non lineare della Storia (linee e punti tornano come metafore geometriche in alcuni testi), altri interlocutori restano, resistono.

I cinquant’anni di Allergia, raccolta poetica (un po’ dimenticata) di Massimo Ferretti

Massimo Ferretti visto da AlexCaselli

Cinquant’anni fa, come è stato da più parti ricordato, veniva fondato il Gruppo 63. Come invece pochi ricordano, in quello stesso anno, veniva pubblicato un libro importante, a suo modo unico nel panorama spesso asfittico della poesia italiana: Allergia, raccolta di poesie con cui il suo autore, il giovanissimo Massimo Ferretti, si aggiudicò il Premio Viareggio opera prima.

Contromosse

mercoledì, 26 Giugno 2013 by
Contromosse di Paolo Maccari

Contromosse di Paolo MaccariSe in Fuoco amico, la precedente raccolta di Maccari, c’era spazio ancora per una forma di resistenza (seppur opposta a nemici kafkianamente imponderabili e nel perimetro di un’irrealtà appena squarciata da sintomi esterni di vita) qui, nonostante il titolo tatticamente bellicoso, siamo al principio di una resa.

I sogni, di cui nello sconcerto è pur grato il poeta, non sono comprensibili; non vengono più ricomposti nella disperante ricerca di un’identità attendibile in cui porsi e a cui opporre nemici riconoscibili.

Qui, occorre «smettere la fatica / abiurare smanie e pigrizie».

Che fine ha fatto Dario Bellezza?

lunedì, 27 Maggio 2013 by
Che fine ha fatto Dario Bellezza?

Che fine ha fatto Dario Bellezza?

Mi pare che tra le nuove (sempre più numerose) schiere di poeti italiani, il nome di Dario Bellezza circoli poco, troppo poco. Se ciò è vero, quali sono le ragioni di una rimozione che appare quasi coatta?

A diverse gradazioni generazionali: se Sereni (più di Caproni) trova sempre zelanti discepoli, se le quotazioni di Giudici (forse un po’ in calo) si mantengono, mi pare, ad un livello discreto, se il trionfo di Luzi ed il recupero (auspicabilissimo) di Cattafi sembrano tendenze recenti quanto persistenti, la totale assenza di riferimenti a Bellezza è forse un sintomo indicatore del gusto (a metà tra estetico ed etico) dei nuovi letterati italiani.

Matteo Marchesini, Atti mancati, Voland, Roma 2013.

Atti Mancati di Matteo MarchesiniDue cose, come altre, possono sorprendere il lettore che si accosta a questo romanzo breve di un autore giovane com’è Matteo Marchesini: una struttura ben definita in ogni particolare, che funziona come un meccanismo ad orologeria (ma da cui, nello stesso tempo, non s’emana nessun indizio di artefatto) e la totale assenza di ammiccamenti stilistici riconoscibili (siano essi spasmi liricheggianti, anacoluti parodianti il parlato o periodi brevi e neutrali, da corso di scrittura creativa ad alto livello); lo stesso “tu” della prima pagina è un “tu” che non strizza l’occhio al lettore, ma che introduce, semmai, in presa diretta, alle ragioni del dramma. A ben vedere, il “peccato originale” del protagonista, Marco Molinari, è tutto in questa densissima prima pagina, che forse non sarebbe stata male in corsivo. Un peccato originale, appunto, inscindibile da una  necessità che s’è fatta strada in lui in un tempo e per ragioni impossibili da ricordare. Di cosa stiamo parlando? Parliamo di una non astratta incapacità di misurarsi con la vita, se non dietro la lente protettiva dell’arte, della scrittura. Non siamo però, e questo occorre dirlo, al solito, novecentesco, “male di vivere”. Il suo muto dolore non è mai messo in relazione con un presunto Spirito del Tempo. Quello che si limita a fare Marco, come intellettuale e come scrittore, è prenderne atto. Prendere atto della sua solitudine, senza tuttavia costruirci sopra auto-mitizzazioni, borghesi vittimismi (autore e protagonista non direbbero mai di essere vissuti al cinque-per-cento!) o neoromantici titanismi.

Il Gesù sulla croce. Una poesia di Paolo Febbraro.

Il Gesù sulla croce. Una poesia di Paolo Febbraro.

Riflettevo, giorni fa, come negli inserti di alcuni quotidiani fosse tornata la piacevole consuetudine di pubblicare un testo in versi, magari con breve commento. Consuetudine che rimanda al passato remoto di una fresca società borghese in cerca di legittimazioni culturali o al passato prossimo di alcuni felici esperimenti nella post-modernità (penso alla rubrica tenuta da Alfonso Berardinelli su «Panorama» dalla fine degli anni Ottanta, che affiancava alla poesia di un autore classico o comunque canonizzato, un micro-saggio del critico).

I poeti nati negli anni Dieci (del XXI secolo!)

immagine

Negli ultimi anni, in un turbine d’ansia storicistica, sono state compilate statistiche, censimenti e inquadramenti delle ultime generazioni di poeti italiani (la “generazione entrante”, qualcuno ha scritto). Così ecco un fiorire di saggistica (che già pretende di farsi manuale): i poeti nati negli anni ’70, quelli negli anni ’80, presto – non osiamo dubitarne – sarà la volta dei poeti nati nel decennio di Kurt Cobain e del rigore alle stelle di Baggio.

Noi (e chi siamo noi per non cavalcare l’onda, per restarcene muti, girati di schiena a un divenire storico così lauto di promesse?), modestamente, ci mettiamo avanti. Basta con le ciance novecentesche! Noi guardiamo oltre, avanziamo! Permettendoci di saltare gli anni Zero (qualche sociologo della letteratura se ne occupi al nostro posto) balziamo senza indugi agli anni Dieci. Siamo modesti, si è detto, consapevoli che in territori di frontiera i fuochi non si accendono. Dunque, pochi nomi, quei tre-quattro su cui ci piace scommettere.

Tagged under:
TOP