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A proposito di Absolute

by / martedì, 16 Giugno 2015 / Published in Absolute, blog, Collana Transfert, Marco Aragno
Sergio Saggese e Absolute

Sergio Saggese e Absolute

Non sono un tipo da scrivania. Leggo sul tavolo da cucina e mi circondo di quanto occorre per la lettura come se apparecchiassi: occhiali, matita, post-it, penna e segnalibro al posto delle posate, il romanzo “Absolute” di Marco Aragno al centro come un piatto.

Faccio un primo assaggio. S’un totale di centocinquant’uno pagine ne butto giù cinquanta d’un fiato. Mi sono già fatto il palato con la recensione di Antonio Menna presente sulla bandella, ho annusato il libro prima di scorrere il risvolto di copertina. Alla fine l’ho scostata, la bandella, come una tenda, per entrare nel frontespizio.

Leggo come andassi a pesca. Manco a farlo apposta sto a tema con Menna che parla di “pesci fuor d’acqua”. Sottolineo come i pescatori sondano le parti di mare guaste o fertili. Più il libro è fertile più pesco. Uso l’amo della sottolineatura. La prima parola catturata è “cambiamenti”. La trovo nella citazione di Darwin di pagina 8. Una citazione sulla forza, sull’intelligenza, sui cambiamenti e sulla sopravvivenza. Quanto ai cambiamenti necessari per sopravvivere, un lettore come me cambia cambiando pagine e sopravvive soltanto se trova di che nutrirsi nelle parole. Questo romanzo ne è ricco. Non cerca fronzoli. Le più nutrienti sono quelle intrise di follia. Pesco la parola “normale”, la più folle di tutte. Sta a pagina 9. Mi chiedo cosa sia la normalità. L’illusione ch’esistano cose “normali” è forse il primo segno che siamo tutti fuori di testa. Un buon libro – e questo lo è – ti fa prudere la mente di domande.

Il protagonista del romanzo si chiama Marco Cicala. Uno che divide con l’Autore un nome guerresco ma anche evangelico; cosa che anticipa il carattere schizofrenico della storia, per il continuo altalenarsi della tentazione di realizzarsi del protagonista e quella di doversi omologare.

Come tutti quelli che nascono in piccoli paesi, Marco Cicala soggiace alla condanna dei contranomi. Qui Aragno mi piace, ne fa coincidere l’affibbiatura con la perdita dell’identità anagrafica. Marco ne ha una sfilza, per lui i contranomi sono paletti che gl’impediscono di procedere a suo modo  ma ai quali tuttavia s’appoggia perché tracciano una sorta d’ineluttabile percorso della sua sfiga e nello stesso tempo anche della sua necessaria pseudoidentità.

La seconda cosa che sottolineo non è una parola ma uno spezzone di frase: “Filippo Cicala, mio padre…”. Al nome del protagonista c’ho già fatto un cerchio attorno. A quello di suo padre faccio un frégo obliquo come a intaccare una caldarrosta.

È uno spezzone di frase anche la terza cosa segnata: “società mezza contadina e mezza non si sa che”. Penso che usandola Aragno abbia trovato un buon modo per dire quanto le scarse connotazioni del presente arrivino a compromettere quelle del futuro.

Intanto la storia m’ha preso, mi piace! Aragno scrive davvero bene! Ha talento. Una scrittura agile, matura. Finalmente un libro sincero, frizzante. Uno spaccato sociale della gioventù. Ero stufo delle troppe strombazzate editoriali sulla camorristica. A Napoli c’è anche altro. l’Autore, grazie a dio, è uno che non vuole omologarsi.

Sottolineo “anima” e “compagnia”. Una volta sottolineavo le parole che non conoscevo per cercarne il significato nel vocabolario. Oggi – acchiappato un buon libro come questo – amo sottolineare le parole che mi significhino. Accostate tra loro, “anima” e “compagnia” mi significano l’invisibile ponte che le unisce e la speranza che qualcuno possa un giorno transitarci.

Col sapore acre di questa accezione ancora fresco in bocca, mi compiaccio di pronunciarle una dopo l’altra, “anima” e “compagnia”, come schioccando la lingua dopo un assaggio.

Questo romanzo mi piace davvero. Mi ci voleva. È anche divertente. A inizio capitolo 2 mi scappa la prima risata. Aragno è capace di grandi sprazzi malinconici appuntiti d’ironia. Ironia che dà di pirotecnico in cima a pagina 15, quando parla il padre del protagonista.

Filippo Cicala vuole togliere a tutti i costi il figlio dai casini. Ha un piano penoso. È una figura tragicomica come tanti genitori vecchia maniera del Sud. Aragno descrive la situazione con maestria. Filippo è disperatamente ridicolo e io rido pensando alla sua faccia quando si gasa per aver messo a punto i suoi progetti salvifici.

Un’altra risata mi scappa quando leggo il finale del terzo capitolo. Poi scorro come sull’acqua fino a pagina 28. A pagina 28 pesco la frase “le raffiche spazzano via le parole”. Sa di poesia. Oltre che bella, è una frase caparbia sotto l’amo della sottolineatura, s’agita dandomi una caterva di spunti. Penso alle possibili metafore, all’immagine che evoca ma anche, per rimando, alle raffiche dei tanti mitra che nel nostro tragico presente spazzano via le dissidenze. Saper scrivere è anche saper spargere metonimie. Aragno è uno scrittore che dissemina bene. A pagina 29 sottolineo la parola “pensieri”. Non è messa lì a caso. I giovani d’oggi attaccano i propri fuori alle discoteche come facevano i cowboy col cavallo. Non li vogliono tra i piedi. Né comunque glieli farebbero portare. Ma c’è differenza tra il non averli e non volerli, e prima o poi lo scopriranno sulla propria pelle.

Immediatamente dopo sottolineo la parola “assieme”. Assieme nessuno ci vuole stare se stare assieme significa interferire col divertimento individuale. Specie col sesso. L’acceleratore della sessualità ha un pedale solo. A pelo di pagina 30 becco una frase che non ho come catturare o forse non voglio. Decido per una sottolineatura in verticale che la evidenzi senza intaccarne le parole. Penso sia giusto che abbia uno sbocco per sgusciare. Dice: “ invidio a morte il suo spirito di indipendenza.” Una frase che lascia intravedere forti esigenze di riscatto. È il protagonista che parla del cugino. È una scena che dà il magone. I due si sono separati all’ingresso della discoteca. “Per lui tutto s’aggiusta. – continua, sempre riferito al cugino, Marco – Mentre per me ogni cosa deve essere pianificata e calcolata nei minimi dettagli. Pena il crollo di tutte le certezze interiori”. È una frase che incanta e intristisce. Capirà col tempo, come tutti i giovani, che quel temuto crollo sarà in fondo un positivo dissolversi di cataratte. Più avanti di pagine c’è il sogno della rivalsa, sogno che comincia quando lo “sfigato” e “spernacchiato” protagonista del romanzo prova un sfrigolio di rivincita nei pantaloni entrando nel “regno della movida”. Mi viene da restargli io accanto quando, per vivere da solo il proprio piacere, il cugino gli si stacca come un angelo custode renitente. Sono pronto a sostenerlo io al suo posto. Aragno è riuscito a farmici affezionare! Ne sono capaci pochi scrittori. Il suo “angelo custode” s’è rivelato un “diavolo tentatore”, mi affianco al povero Marco Cicala per solidarietà, condividendone smarrimento e disagio. Sono sentimenti, questi ultimi, comuni a tanti purtroppo di questa nuova generazione. Lungo tutto il percorso che Marco compie per entrare in discoteca, Aragno mi fa abilmente sentire gli “unz-unz pompati dai woofer”, è bravissimo a spargerli lungo la sequenza di azioni, fa un ottimo lavoro di drammatizzazione, al punto che continui a sentirli in sottofondo quegli “unz” anche quando non li nomina. Perché li si deve sentire dentro per capire l’ingannevole intontimento dell’ubriacatura e dello sballo. Sei pure tu lì ad attraversare la pista, sali in pedana e scansi cazzotti e calci che sbucano dalla rissa.

Mi accorgo che mi sono portato dentro – dopo averla sottolineata – il sapore della parola “ordine”. Con tutto il marasma che trova entrando nel club, Marco ne è candidamente in cerca, è in cerca di un ordine che gli manca, troppo abituato che è ad appigliarvisi.

Aragno parla di “ordine sconosciuto” nel momento in cui Cicala ha paura d’infrangere le presunte regole del locale. Ma come sempre per i giovani sembra che debbano paradossalmente saltare tutti gli schemi affinché tutto vada a posto. Marco non sa ancora se starci o meno, salpa liscio coi suoi pensieri, se li è portati lo stesso dietro, da clandestini. L’ha appena conosciuta e traversa il suo mare di desideri sbilenchi con una bella ragazza bruna come polena. Con lei viaggia finalmente facile anche se, raggiunta la prima meta, gli resta l’amaro in bocca perché le sue speranze sono troppo abituate a vestirsi di “pornografia virtuale”. Per la realtà non c’è quasi più gusto. È il pericolo che corrono i giovani d’oggi. Anche se vissute in prima persona, nelle loro vicissitudini sopravvive il vizio del virtuale e in quel virtuale l’illusione che esso valga anche nella realtà.

Oltrepasso la centesima pagina.

A pagina 102 pesco la parola “bilancio”. Bello trovarla che sto quasi alla fine perché mi dà lo spunto per pensare a quanto è stata utile questa lettura.

A pagina 141 afferro all’amo della sottolineatura la parola “coraggio”. Ce n’è voluto, penso, per scrivere come opera d’esordio un romanzo come questo che non si omologasse.

A pagina 124 pesco la parola “deciso”. Marco ha deciso, ha la tentazione all’ennesimo invito a sballarsi di rinunciarvi, così palpito nella speranza che ne abbia veramente la forza. Ma è una decisione blanda, si ritorna alla ricerca dello sballo utile a “sbollire le tristezze”. Ci sono momenti di bilancio in cui la disillusione sobbarca il sogno, hai voglia a buttarci alcol nel cranio pensando di allagarlo per stanarlo, il desiderio non sbuca. La capata non arriva. La delusione non si stacca dalla seduta.

A pagina 127 pesco la frase “Andare via, guagliò. Al Nord Italia”. Ritrovo il penoso dilemma se restare a Napoli o andarsene, il “Fujtevenne” eduardiano. È il caso di restare in una città condannata o andarsene con tutte le frustrazioni e i rischi che l’avventura porta con sé? Chi resta è perché s’è perso a guardare le oleografie e si è lasciato infinocchiare dagli imbroglioni che propongono, nelle sue innumerevoli varianti, il gioco delle tre carte.

Sono alle ultime pagine. Ho letto, riso, riflettuto, sottolineato, mi sono commosso, tutto in piacevole alternanza, fino alla fine. Una lettura leggera, ma che m’ha fatto riflettere.

Di primo acchito verrebbe da dire che l’amore non ha mai trovato spazio, invece c’è stato per tutto il tempo e ha solo evitato di mostrarsi.

L’idea d’innamorarsi sbuca alla fine del libro. Fa tenerezza quando tenta l’approccio con un bacio.

A pagina 147 pesco la parola “orizzonte”. È una parola che rincuora sempre. Arrivo alla fine del libro sazio. Lo chiudo, ma spalanco il sorriso.

Ho il cuore colmo di parole.

È stata un’ottima pesca.

di Sergio Saggese


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