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Stringhe fatte a brani

by / martedì, 08 Aprile 2014 / Published in blog, Giuseppe Di Bella, Visioni Poetiche

Spesso si legge nei testi critici riguardanti la poesia, che l’autore di quel testo è ‘allievo’ di un autore più famoso e riconosciuto… Giuseppe Di Bella in questo post indaga su tali affermazioni chiedendosi se e come un giovane poeta può distaccarsi e distinguersi dalla voce da cui è stato influenzato.

Un post dedicato ai lettori e agli autori di poesia, che, se vorranno, potranno interagire direttamente con Giuseppe per approfondire e discutere sull’argomento, buona lettura!


 

Visioni poetiche

Il problema delle filiazioni in poesia è sempre una questione che afferisce più al mondo della botanica che non a quello della critica letteraria. Laddove il criterio storico-artistico o della pura militanza del critico, vengono messi al muro dall’evidenza cruda di una totale assimilazione dei figli coi padri e a un successivo ulteriore livello, che è quello in cui il capogruppo o il creatore di una tendenza finisce per ripetersi in vista della possibilità di riconoscersi e riprodursi infinitamente come Narciso nel labirinto chiamato da Eco, nel mondo che i suoi epigoni hanno cristallizzato.

Si è parlato nella poesia contemporanea della “scuola” di Milo De Angelis, o dei “portatori sani” di Giovanni Giudici, o ancora peggio degli imitatori di Zanzotto o della Merini, e del fatto che sostanzialmente, al di là della più pura speculazione sul  tipo di filiazione e di come essa non sia avvenuta per linea di sangue, ma per “gemmazione”, restava da riconoscere l’elemento peggiore, e cioè che nei termini e nel livello la poesia di questi allievi era una poesia  di secondo ordine, o per non essere estremi, in ogni particolar caso separato dagli altri, tale poesia risultava una pallida eco, una eco non più rifusa nel corpo sostanziale della voce, affinata e portata nello stretto condotto della contingenza e dell’urgenza specifica del momento, ma solo ridotta in quanto alone o risonanza della voce originaria del poeta che l’aveva determinata e che le aveva dato un timbro forte, unico e riconoscibile per autenticità.

Ecco che risulta necessario aprire una questione più grande, che sfora anche dall’Italia: in che senso un poeta giovane può riprodursi e distinguersi dalla voce che ne segna l’imprinting iniziale? Intanto va chiarito che un poeta che ha una discendenza di sangue da un altro, deve essere un lettore meditativo e creativo che ha attraversato una maturazione a gradi e che non ha nel proprio DNA i geni di un singolo autore, e tali geni non saranno mai determinanti nè predominanti nella formazione di una propria voce, in quanto mitigati dall’impurità del sangue che conduce il nostro patrimonio di tendenze e stilemi (assolutamente non di stili!). Mentre, in altro luogo, una poetica riprodotta per gemmazione è chiaro che genera soltanto in sé forme predeterminate e prive di filtro in cui la scrittura è caratterizzata solo dal “percetto” generale dell’autore-albero e non ne possiede i requisiti di acquisizione ed esperienza che ne fanno un prospetto multiplo, con possibilità di stratigrafie infinite. Insomma i poeti di questa seconda categoria non sono altro che gemme che, o si ramificano o una volta cadute in terra non fanno che prolungare la memoria storica e la progenie della tendenza dominante nel periodo senza nulla aggiungere.

 Ma il problema centrale del momento poetico che stiamo vivendo è di natura ancora diversa: si può parlare infatti di un fenomeno in cui gli autori che emergono sembrano provenire da una terribile quanto amorfa Koinè a cavallo tra l’assorbimento superficiale della tradizione recente e il travalicamento dei propri confini ristretti dalla civiltà della comunicazione mediatica alla deriva.

Autori che stanno al massimo sui trent’anni, ma spesso al di sotto dei trenta, costituiscono la riprova, a livello qui decisamente globale e non specifico, di un mancato senso della sintesi e della crescita che solo una ricerca di anni incurante della struttura e dei canali accademici potrebbe produrre. Il conformismo a cui siamo ormai abituati come lettori critici, è quello di chi ha mixato in una veloce e “dolorosa” originalità il debito coi padri e il confronto col proprio spazio di gioco, riuscendo perfino, con estrema naturalezza a costituire un cosmo, o una territorialità. Il fatto è che la territorialità, di cui parlava Deleuze, per esempio, dovrebbe sorgere da un “divenire animale” in grado di mantenere l’autore in uno stato di agguato costante, e permettergli di trovare la propria voce in un origine primeva, da infante, da “infanzia del mondo”, e non  nell’istruzione o nella cultura, cioè nella grammatica del canone poetico più o meno storicizzato e reale, poichè sono anch’esse, anzi soprattutto esse, la garanzia di un ordine marmoreo da cui è difficile distaccarsi. Poesia come riflusso, anti o post-ideologico, nutrita e ipertrofica di una liquidità che o manca di competenze derivate dal sangue, o trova strade talmente capillari e specialistiche da risultare pretenziosa e disperdersi nella ricerca di lingua e di gesto di un fazzoletto di terra, legittimamente guadagnato, ma di portata quasi nulla.

Non una poesia del personale, ma una poesia da apparato strutturale e linguistico compìto ed esaudito nel proprio vortice/mulinello. E così a seguire tanti mulinelli in un affresco generale di questa piccola nuova generazione, in cui qualcuno si salva e riesce con molto sforzo a perseguire una ricerca scorretta e che vira anche verso lidi più abusati forse, ma più sinceri, più vitali, in cui la misura fra lirica e onestà è meno squilibrata, e conferisce quindi di contro un maggiore squilibrio, una migliore più credibile e viva disarmonia al nucleo del lavoro.

L’onestà ritengo sia ancora da ricercarsi solo nel rapporto di vicinanza fra le proprie forme mentali, anche di abbandono e istinto, e l’immediatezza di una voce anche coraggiosamente oscura, oscuramente nitida, trasparente, musicale.

Forse il frutto acerbo della nostra cultura è arenato da troppo tempo tra opposti privi di valore, e la poesia potrà liberarsi solo quando le sue forme e il suo corpo saranno offerti in sacrificio a una sparizione, gemma per gemma, strato per strato, fino a librarsi e dissolversi nello spazio di una meta-comunicazione più vicina all’antropologia che al dettaglio, più simile al racconto che alla narrazione, più veloce del cinema e più distante da qualsivoglia teatralità, più originaria e ricondotta al canto cieco di una condivisione per tagli e negazioni, come stringhe di tempo e spazio fatte a brani. Addio allora ai padri come scudo e retaggio, al muro di contenimento della perfetta filiazione deducibile per poveri critici e letterati.

Giuseppe Di Bella

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