CREATE ACCOUNT

FORGOT YOUR DETAILS?

Norme per l’accordatura delle nuvole

by / mercoledì, 13 Novembre 2013 / Published in Sergio Saggese, Visioni Mondaniche

Eccoci qua al nostro appuntamento settimanale con la rubrica Visioni mondaniche che oggi ospiterà il quinto racconto che Sergio Saggese ci ha voluto regalare.

Il titolo crediamo sia perfetto per questa breve storia che viaggia sopra i tasti di un pianoforte. Vi consigliamo di leggerla in un momento di silenzio e siamo sicuri che vi farà sognare…

L'accordatura delle nuvole di Sergio Saggese

… mi sono innamorata di un altro.

Poteva mai esistere adesso al mondo una frase più triste di quella?

Beh, perché era stato proprio con quelle parole che sua moglie, prima di andarsene, gli aveva scaricato addosso tutta la malinconia dell’universo, con quel suo mi sono innamorata di un altro; come fosse stata la conclusione efferata, ecco, proprio così, efferata di un monologo intimo di lei, del quale lui non aveva udito che la parte più ingombrante, quella sbordatale dalle labbra.

Gli era rimasta incisa dentro la data di quel giorno, il 18 settembre del 2008, e l’ora: le 22,30.

Marianne, la sua Marianne, gli era arrivata di spalle mentre lui, seduto al piano, suonava un pezzo di Satie, il “suo”  pezzo di Satie: la Gnossienne n.1.

Gli aveva posato due mani pesanti sulle spalle, due farfalle precipitate, e poi gliel’aveva detto: mi sono innamorata di un altro.

Non più di cinque minuti prima, non di più, lui le aveva chiesto che cavolo avesse; il perché di quel suo broncio da giorni, di quella sua aria da cane bastonato.

Al momento Marianne se n’era stata zitta, ma poi, poi gli era arrivata silenziosa alle spalle, poco dopo, sbucata dal buio del corridoio; gli era arrivata alle spalle nel clou dell’esecuzione della sua Gnossienne, trovato in essa forse, anzi sicuramente in essa, il coraggio di parlargli, calandogli di conseguenza addosso quelle sue mani gelate ma sincere, confermandogli tutta la tristezza che lui trovava da sempre in quel suo pezzo preferito, che suonava spessissimo e che non considerava più ormai un semplice pezzo triste, bensì un luogo, addirittura un luogo, un giardino armonico pieno di tristezze, dove accadeva a chiunque prima o poi, una volta ascoltatolo, di piantarci la propria.

La Gnossienne n.1. Trovava sapesse di una malinconia mista a vergogna quell’opera, di un qualcosa di tremendamente simile al senso di colpa che inspiegabilmente si prova dopo aver fatto all’amore.

Adesso la suonava per mestiere e, forse sì, anche per sfregio, ogni volta che accordava un pianoforte.

«Lei ha le mani d’oro, signor Bremond, potrebbe fare concerti».

Era a casa della signora Manrique, adesso, una sua affezionata cliente.

«Niente più che un semplice accordatore, signora Manrique», le rispose.

«Macché, signor Bremond, lei suona Satie con la grazia delle nuvole!»

La grazia delle nuvole. Che ne sapeva lei?!

Da quando Marianne se n’era andata, non esisteva più la grazia. Quanto alle nuvole, beh, a lui sembrava, ecco, sembrava di doverle addirittura accordare adesso, pure quelle per mestiere, ogni giorno, come per adattare a sé il cielo. Scoperchiarle per accordarle necessariamente colla sua tristezza di dentro.

«Le nuvole sfumano, signora Manrique,» sbuffò a sguardo basso, «come tutte le cose».

«Niente affatto» replicò la donna «Ce ne sono di definite e immutabili, sa?»

«Ah, sì?» dubitò lui.

«Già» insisté lei, che a vederlo così dubbioso adesso s’era impuntata, ma ridicolmente traballante sulle sue gambe molli.

È matta!, pensò affettuosamente Bremond.

Era un’insegnante vedova che dava lezioni di piano gratis, prediligendo i bambini. Ma le puzzava troppo il fiato, e molti di essi non tornavano perché convinti che la musica classica puzzasse.

«La vede quella lì?»

«Come, signora Manrique?»

«La vede quella lì?» ripeté la donna.

Si poteva scorgere dalla finestra una grossa nuvola bianco-rosa dai contorni nettissimi, che lei adesso indicava insistentemente.

«La vedo, sì» fece Bremond.

«Beh, quella lì non sfuma» asserì lei.

Bremond scosse la testa perplesso e rimise gli occhi nei visceri del piano ridacchiando.

«Non scherzo, signor Bremond, e non sono neanche matta, se è questo quello che ha pensato. Se verrà domani la ritroverà lì precisa, uguale a oggi. E così sarà dopodomani e dopodomani l’altro. La gente non ci fa caso ma è sempre la stessa, sempre la medesima nuvola. Perché ci sono nuvole che non spariscono».

Lo dice proprio a me, avrebbe voluto dirle Bremond.

«Ma che sono scordate» concluse invece.

La donna sorrise, e lui le disse subito risoluto adesso: «Tornerò domani, sì, signora Manrique, ma solo perché ho bisogno del cordometro che non ho con me adesso».

«Niente di complicato, spero» fece la signora.

«Nulla che non si possa accordare» disse lui «E questo, grazie a dio, possiamo farlo, sì, possiamo farlo: accordare…».

Parla del pianoforte o delle nuvole?» chiese ironica la donna.

Bremond sorrise.

«Mi consenta di esternarle un pensiero, signora Manrique» fece dopo un lungo sospiro «Mi consenta di esternarle un pensiero – ripeté –, ora che credo possa capire. Ci sono delle norme anche per le nuvole – le disse –.  Come per il pianoforte, pure esse, le nuvole, si scordano e ci tocca così raggiustarle, ritrovare il giusto rapporto tra le loro note e le nostre, altrimenti servono solo da contenitori per la pioggia».

«Lei è matto, signor Bremond!»

«Grazie signora Manrique!»

«Si figuri signor Bremond. Gradisce un caffè?»

«Gliene sarei davvero grato, signora Manrique»

Sorbì il caffè, Bremond, senza staccare lo sguardo dalla nuvola a contorni sempre, irrimediabilmente netti; poi si alzò, raggiunse la soglia della stanza e attese, col suo borsone pesante appeso al braccio, che la padrona di casa gli facesse strada.

La signora Manrique si affrettò dolente sulle gambe a precederlo. Lui la seguì guardandola tutto il tempo dondolare sui suoi passi incerti.

Una volta uscito, percorse il viale della grande villa sniffando vistosamente l’odore delle aiuole.

«Mi piace» pensò di lui la signora Manrique «sembra un galantuomo dell’Ottocento».

E pure Bremond pensò di lei: «Mi piace, sembra una nobildonna dell’Ottocento».

«A domani signora Manrique»

«A domani signor Bremond».

Sergio Saggese

Collana Transfert

Lascia un commento

TOP