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Arnaldo Pomodoro | Rive dei Mari

by / venerdì, 24 Luglio 2015 / Published in arte, blog, Cataloghi, Diario Semiserio

La forma del nostro destino.

Sembra il momento di ricominciare, una riga dopo l’altra, a raccontare quel viaggio all’interno della materia e dell’essenza dell’uomo cominciato secoli fa nella notte da cui tutti veniamo; dalla riva di una spiaggia dove il rifluire delle onde sulla battigia restituisce piccoli e affusolati simboli bianchi, forme incorruttibili ed eterne.

Lembo mediterraneo, dove le onde si trasformano in lento rincorrersi di voci che anziché riempire il silenzio portano via ogni suono, allontanandosi e lasciandosi dietro solo il vuoto. È il silenzio che diventa forma, il vuoto che diventa materia.

Quelle Rive dei Mari interiori, sulle quali tutti prima o poi ci sediamo a contemplare l’orizzonte della nostra vita, sono il luogo di partenza di questa storia, e quei suoni che sentiamo emergere dalle profondità custodiscono le suggestioni che levigano la memoria, rendendola pura ed elementare, come l’osso di seppia. È materia dura nella quale indagare la fibra e scoprire i segni dell’origine della vita. Scoglio bianco da innalzare a scudo che come un’arcaica maschera tribale si erge a protettore dei viaggi notturni fra gli spostamenti inconsci dei nostri impulsi  e dei sogni rimossi.

L’uomo e l’artista lungo il corso della vita lentamente si fondono con la forma del proprio destino, lasciando incisi nel passato segni che ritornano in continuazione, diventando labirinto senza fine, prigione magica costellata di crepe.

Il labirinto di Arnaldo Pomodoro comincia proprio qui, nei primi segni scavati nell’osso con pazienza di cesellatore. Ma presto l’osso stesso da mezzo diventa fine, conservandone fascino e suggestione, e lasciando all’artista il gesto del togliere. Quella di Pomodoro è una ricerca cominciata ‘dentro’, sottraendo materia, non occupando spazio, ma dando dimensione al vuoto.

Dimensione che si è fatta ‘monumentale’ ma senza una diretta relazione ‘scalare’. Non si è ingigantito l’osso di seppia, ma è cresciuta l’esigenza sperimentale, forse ‘architetturale’, dello scultore. Nonostante l’evoluzione della misura, Pomodoro ha continuato a portarsi dietro la sua cifra interiore trasferendo i piccoli segni nelle grandi sculture, creando così quella scrittura continua e misteriosa che percepiamo – forse per nostra impropria comodità – come stilema dell’artista. L’errore di noi spettatori sta nel voler trovare a tutti i costi, in questa sintassi senza fine, la formula che possa aprirci mondi; ma la chiave che cerchiamo è quella che da sempre possediamo in qualche tasca bucata della nostra memoria ed è l’unica in grado di farci accedere al nostro proprio mondo interiore; la scultura non fa altro che porci domande che ci stimolino a cercare quelle risposte che lei stessa non pretende di dare: ci chiede di cercare l’equilibrio, di leggerci dentro, di azzerare il nostro ego e di guardare nelle lacerazioni che il tempo ingigantisce; di passeggiare in un mondo interiore e di farne piante e pareti interne che sostengano l’architettura della nostra vita.

Non dobbiamo pretendere quindi che sia l’opera a restituirci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe; ma dobbiamo cercare nell’opera il senso vitale che lo scultore ha lasciato, in qualche modo, impresso in essa e che, se da un lato può apparire un intrico disordinato e illeggibile di forme e segni, dall’altro esprime lo sforzo di districarsi fra le infinite combinazioni e complicazioni della vita moderna.  Un estremo atto di libertà verso il quale tutti noi dovremmo tendere, ma che diventa arte solo nel momento in cui si realizza senza mai venire meno alla fedeltà con i propri principi. Arnaldo Pomodoro manifesta da sempre in maniera viva, e a volte forse ironica, le sue impressioni, senza tuttavia dimenticare mai quella riva sulla quale per la prima volta ha trovato l’osso di seppia in cui cominciare a scavare; senza mai tradire se stesso, senza mai cedere alle lusinghe del successo e del mercato.

E, alla fine di questo racconto, è forse questo il grande messaggio che dobbiamo fare nostro: lasciare che la forma del nostro destino si fonda sempre con i nostri principi, con i nostri archetipi, con quel solco tracciato sull’osso di seppia matrice del nostro essere.

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