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Tecniche di separazione

by / martedì, 29 Ottobre 2013 / Published in Gennaro Chierchia, Visioni Mondaniche

Eccoci qua con un nuovo racconto di Gennaro Chierchia, il nostro infaticabile scrittore… buona lettura a tutti!

Visioni mondaniche | Gennaro Chierchia

È arrivata per me la stagione dell’isolamento e nel contempo della conoscenza di me stesso. Per questo ho messo via gli amici e i vecchi amori. Ho pensato che gli altri vivano meglio senza di me e che io viva meglio senza di loro. Ho rifiutato inviti di matrimonio. Ho ignorato telefonate e messaggi. Ho inviato e-mail in cui non sono stato sincero. Ho fatto terra bruciata intorno a me. Ho visto i fuochi del pastificio Garofalo esplodere nel cielo stellato, creare stelle nuove subito morte, appoggiato al muro sul balcone di casa dei miei. Non mi sono mischiato, come gli altri anni, tra la folla che ingolfava le vie tra le bancarelle cariche di torroni e di castagne. Non ho stretto la mano a nessuno. Nessuno ho abbracciato. Non ho visto la Madonna del Carmine uscire dalla teca di vetro e venire giù portata a spalla dai miei compaesani sui ripidi gradini della chiesa. Non ho visto e non mi sono commosso. Non mi sono fatto il segno della croce al suo passaggio. Spero che mi perdoni. Tutto ciò che ho visto sono stati i rimasugli della festa quando il mattino dopo ho corso per le strade dentro le mie scarpe con le punte bucate: le bancarelle occultate dai teli di plastica; i sedili agganciati ai corpi delle giostre; gli autoscontro fermi sulle piste come scarafaggi morti; le luminarie spente; le cartacce e i cartoni della pizza unti. Alle sei un giovane fa colazione a un tavolino fuori di un bar; un signore si trascina alla fermata dell’autobus; un vecchio in canottiera si gode il fresco seduto su una panchina; due casalinghe si tengono in forma camminando a piedi. Io corro. Nel silenzio irreale della mia città, che non sta mai zitta. Quando Gragnano si sveglia si porta dietro un sottofondo ininterrotto di voci di bambini, di megafoni di ambulanti, di zoccoli di cavalli, di motori in folle, di mura trapanate e di porte sbattute. C’è sempre uno strillo o un’imprecazione a farti compagnia. Ma alle sei c’è solo la città con le sue case colorate e i suoi enormi palazzi ammassati gli uni sopra gli altri, così vicini che paiono tenersi per mano come in un girotondo. Ci sono strade asfaltate cui non fai in tempo ad affezionarti perché dopo un centinaio di metri si ricoprono di ciottoli. Io poggio le punte dei piedi ovunque mi capiti, rimbalzo, alzo i tricipiti e stendo le gambe. Guadagno terreno su colui che già non sono più. Concentrato sul mio respiro che so essere il motore del mio andare. Con la mia voce affannata saluto lo spazzino che regge la scopa di saggina su una spalla e con un filo di spago si trascina dietro il grande secchio di plastica nero; con una mano faccio ciao all’edicolante che mi sorride camminando sul marciapiede dall’altro lato della strada. Con il naso immetto aria pulita nei polmoni per poi restituirla subito contaminata al mondo; se le narici mi si tappano basta un soffio e ciò che prima occludeva ora giace dimenticato alle mie spalle. Le strade che percorro puzzano della mia saliva. Io sono una lumaca che si lascia dietro una scia di bava trasparente. L’interminabile salita posta a chiusura della mia corsa è una sofferenza infinita che mi infliggo e che provo ad accorciare andando più forte. Mi dico di alzare i tricipiti più in alto che posso, che il fiato ce l’ho, che ce la farò anche stavolta e che la fine è vicina. Il muro nel cortile sotto casa mia è il traguardo immaginario che da una ventina d’anni a questa parte sfioro con i palmi delle mie mani. Nulla è cambiato da allora eccetto tutto.

Gennaro Chierchia

Collana Transfert

3 Responses to “Tecniche di separazione”

  1. Luciana Ricci Aliotta says : Rispondi

    Sette paia di scarpe ho consumate
    Di tutto ferro per te ritrovare:………

    Una passeggiata solitaria, mi correggo: un viaggio lungo qualche ora o una vita, da una profonda crisi identitaria a un impossibile ritorno.
    Il racconto di un viaggio entro la propria città quasi senza vicende palpabili, ma con sottili variazioni che dall’animo del protagonista si riflettono sulla via percorsa e viceversa.
    Già all’inizio il protagonista dichiara la propria disfatta con un volontario rifiuto ad ogni socialità per trovare se stesso nella solitudine.
    Che la sua vita fosse prima conformemente sociale, legata agli altri, lo comprendiamo proprio dai suoi rifiuti: agli amici, alla festa che pure ha seguito dal balcone dei suoi; dal senso di colpa per non essersi fatto il segno della croce al passaggio della Madonna del Carmine in processione.
    Ora, nella notte che segue, chiuso in una amara solitudine come un guscio vuoto tra i residui e gli scarti della festa, spenta la vitalità del paese (efficace l’immagine degli autoscontri fermi sulle piste come scarafaggi morti), vaga con le sue scarpe rotte (metafora che ne indica il consumo per un cammino ben più lungo di una notte)per un andare che vorrebbe rinnegare strade già percorse.
    Ma nel silenzio irreale della città, il ricordo del risveglio rumoroso del mattino lo scuote e risveglia una certa nostalgia ( le voci dei bambini, le porte sbattute, una imprecazione che ti fa compagnia… le case ammassate che paiono tenersi per mano in un girotondo). Compare un verbo, ‘affezionarti,’ che esclude la freddezza: dietro fa capolino l’amore per la città che in fondo è la vita.
    La umanità del viandante, la sua commozione non è morta, ma forse per questo il cammino è così doloroso.
    Ed ecco che incontra lo spazzino e sforza un cenno di saluto, e così saluta l’edicolante, perché simili a lui in quella notte di smarrimento, o perché sta ritrovando un po’ di solidarietà umana?
    Punta i piedi sulla strada, un passo sempre più veloce per arrivare, in gara con se stesso per non essere quello di ieri, aderisce alla via quasi identificandosi con lei, lumaca che striscia sbavando su un percorso sempre più duro….
    Ed è al cortile di casa sua, al muro traguardo immaginario del suo ritorno e forse barriera invalicabile che da tanti anni ha sperato di ritrovare . Ma ritrovare come? Quello che si perde della propria vita non sarà mai più uguale a se stesso proprio perché per noi sarà sempre diverso dal nostro ricordo.

    • Gennaro says : Rispondi

      Ciao Luciana; non ci conosciamo ma mi permetto di darti del “tu”. Andrea De Carlo, tra i miei scrittori preferiti, scriveva nel suo romanzo più conosciuto e, probabilmente, migliore, “Due di due”: “Scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, e se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso”. Ebbene quando scrivo di me, che sia prosa o poesia, seguo questo principio. La cosa che mi stupisce è che sono arrivato a farlo. Ti spiego: molti anni fa mi dicevo che non avrei mai scritto di me, credo per pudore; confidai questo mio pensiero a un mio caro amico che è stato anche colui che mi ha invogliato a scrivere e grazie al quale ho pubblicato le mie prime cose. Lui mi rispose, con fare pacato, che invece un giorno ci sarei arrivato. Quel giorno è arrivato già da un po’ ormai. Dopo aver pubblicato una raccolta di racconti e due romanzi di finzione, ora sono pronto a scrivere un libro sulla mia vita reale o almeno su una parte in particolare; in questo caso mi ispirerebbe un altro dei miei scrittori preferiti: John Fante, che nei suoi libri ha saputo narrare di sé e della sua famiglia americana di origine abruzzese mescolando sapientemente nostalgia, denuncia sociale e umorismo. Grazie Luciana per l’approfondito, lucido commento; spero ce ne saranno altri per gli articoli a venire. A proposito: avevo già letto, e apprezzato, anche quello che avevi fatto a “Come due gemelli siamesi alla nascita indivisi”. Buona serata.

  2. Luciana Ricci Aliotta says : Rispondi

    Caro Andrea, solo ora scopro il tuo commento al mio commento. Ero molto incerta sul fatto che ciò che ho scritto rispondesse almeno in parte a ciò che sentivi. Sono d’accordo: parlare di sé è molto difficile, soprattutto se si vogliono esporre stati d’animo complessi.. Ma lo è anche cercare di entrare nella mente di chi scrive, almeno per me; per cui ti sono grata della tua risposta. Spero di poter leggere presto altre tue opere, e sarà un modo di conoscerti meglio. Luciana

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