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Splendore dei randagi di Vincenzo Gambardella

by / venerdì, 03 Giugno 2016 / Published in Notturno italiano

V-Gambardella-Splendore-dei-randagi“Ci pensate se le parole potessero cambiare le cose – dice Destinaccio -, uno per esempio può dire cràstule e le schegge si ammorbidiscono come il carattere dei napoletani, che non ha spigoli e lati taglienti, bensì solo rotondità, sul tipo delle architetture barocche”. Vincenzo Gambardella è un autore napoletano trapiantato per travaglio a Milano, ma i suoi scritti hanno quasi sempre, freudianamente insita, una percentuale di memoria del Sud. Dai ricordi dei suoi avi in “Seduto nella tempesta (Marietti, 2006)” anno in cui lo abbiamo conosciuto, ha scritto già diversi testi con stilemi ed argomenti diversi: abbiamo soprattutto apprezzato “Il cappotto istriano (Marietti, 2008)” che è un gioiellino di stile che fa pensare ad un Landolfi inedito. Ora dopo “Vinicio Toccafondo (ad est dell’equatore, 2014)” ritorna in libreria con un testo dal tono favolistico, “Splendore dei randagi (pagg. 128, euro 10)”, sempre per la casa editrice di Carlo Ziviello, che è un’operazione di grosso interesse.

C’è una chiorma di cani randagi che vive nella zona deindustrializzata nei pressi di Gianturco a Napoli: Ruscio, Otello, Venafro, Asia, Grigio, Destinaccio, Vardiello, Gorgo, Lelà, et cetera… , sono i nomi di questi animali che “dalla ragione animale arrivano a quella umana”. Otello uno del branco ha mangiato delle cràstule – cocci di vetro che a Napoli si mettono sui muri di una proprietà privata – nel cartoccio che qualcuno gli ha offerto. I cani fanno assemblea perché capiscono che c’è un nemico esterno che vuole eliminarli: anche Guascone finisce nella trappola e si fa zavorrare dall’uomo con il cappello russo, la tuta ed il martelletto che è il serial killer che ora l’orda animale ricerca per autodifesa. E mentre i cani si improvvisano detective per sopravvivere c’è il bellissimo ricordo di Brunello che andava in giro perché non riusciva a stare solo.

Nello sfondo c’è Napoli la città sfinita rianimata da questi randagi vagabondi, che la ricreano con il loro movimento d’amore. Insomma non la solita favoletta – di derivazione greca – dove i cani antropizzati prendono il posto degli uomini: ma un tentativo di ricordare agli umani che se c’è un messaggio che possano apprendere dal mondo animale è quello di riprendersi la voglia di stare assieme, di fare qualcosa per la Città nuova che si arricchisce sempre più di razze e di costumi, e di non perdere la voglia di camminare con un’anima in petto.

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