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La mostra su Alphonse Mucha a Palazzo Pallavicini

by / mercoledì, 19 Dicembre 2018 / Published in Diario Semiserio

Bisogna dire che Palazzo Pallavicini a Bologna sta seguendo una strada espositiva davvero interessante e originale. Si stanno distinguendo per una selezione di mostre molto raffinata e un po’ al di fuori dei soliti polpettoni commerciali che siamo abituati a vedere. Riescono a proporre sempre artisti molto raffinati e progetti mai già visti.

In questo momento è la volta di Alphonse Mucha, uno dei più importanti artisti dell’Art Nouveau.

La mostra è divisa in tre sezioni.

La prima è dedicata alle Donne – che, in qualche modo sono diventate delle vere e proprie icone della sua arte. Bisogna dire che è stata proprio una donna a dare una svolta alla carriera di Mucha. Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto, gli capitò di dover sostituire un illustratore che avrebbe dovuto fare il manifesto pubblicitario per la commedia Gismonda, la cui interprete era l’attrice Sarah Bernhardt una famosa attrice teatrale e cinematografica francese, soprannominata La voix d’or (“La voce d’oro”) o La divina: pensate che ancora oggi è considerata una delle più grandi attrici teatrali del XIX secolo.

Lei fu raffigurata come una dea bizantina e il disegno era così raffinato e diverso dalle solite illustrazioni che andavano per la maggiore all’epoca (pensate, uno su tutti a Toulouse-Lautrec) che l’attrice gli fece un contratto di 6 anni durante i quali disegnò i manifesti, le scenografie, i costumi e tutto quello che in qualche modo riguardasse la sua immagine.

 Durante questo contratto, che andò dal 1895 al 1900, Mucha produsse altri sei manifesti per gli spettacoli della Bernhardt, tra cui La dama delle camelie (1896), Lorenzaccio (1896) e La Samaritana (1897) che troviamo in mostra.

Questo lavoro per Mucha fu davvero una svolta perché gli fruttò, oltre alla fama, anche molte commissioni per disegnare manifesti pubblicitari per prodotti commerciali.

È importante dire che per Mucha il manifesto è il modo di portare l’arte, che solitamente era (ma un po’ ancora lo è) una cosa elitaria (o meglio per chi se la può permettere) al grande pubblico.

Mucha credeva molto nel concetto di bellezza come elevazione dello spirito per cui questo mezzo che gli permetteva di arrivare un po’ a tutti lo gratificava moltissimo.

La seconda sezione invece si concentra sul Linguaggio di Mucha.

Siamo in un momento storico in cui la rivoluzione dell’arte e la distruzione dei canoni tradizionali di bellezza era qualcosa di irrefrenabile. In questo scenario Mucha ipotizza un’arte universale e immutabile il cui obiettivo fosse l’equilibrio, l’armonia e in definitiva la bellezza. Bellezza che può esistere solamente nel momento in cui si riesce a stabilire una consonanza tra le idee contenute all’interno dell’opera e le forme che le rappresentano. Mucha quindi materializzò questo suo pensiero in opere in cui la donna – simbolo della bellezza, appunto – è sempre centrale ed è contornata da eleganti disegni di fiori ed elementi decorativi, spesso esotici.

Il manifesto, quindi, come dicevamo prima diventa il mezzo ideale per realizzare l’idea di fare dell’arte un mezzo di diffusione della bellezza. Quindi nel 1896 grazie alla fama che aveva acquisito grazie al lavoro con la Bernhardt riuscì a chiudere un contratto con il litografo Ferdinand Champenois, che gli procurò finalmente anche una certa agiatezza economica. Quindi produssero una grande quantità di manifesti che diventarono una vera e propria forma d’arte alternativa che poteva essere acquistata anche dalle famiglie meno ricche. Come lui stesso disse, quindi, “Una forma d’arte destinata alla gente e non ai soli salotti eleganti.”

Mucha era un personaggio fortemente legato alla sua patria e alle sue origini e mentre faceva tutto questo e girava un po’ fra l’Europa e gli Stati Uniti dove peraltro era sempre accolto con grandi onori, nel frattempo continuava ad accarezzare il sogno di fare qualcosa di utile per il suo paese.

Finalmente, nel 1910 torna quindi a casa e comincia a lavorare al progetto chiamato l’Epopea Slava, grazie anche agli aiuti finanziari del ricco imprenditore americano Charles Richard Crane, che sposò questo impeto patriottico di Mucha e la sua voglia di “realizzare qualcosa di veramente bello, non per la critica, bensì per il miglioramento dell’animo slavo” come disse lui stesso.

Il progetto comprendeva venti dipinti di grandissime dimensioni che avrebbero dovuto ripercorrere tutta la storia dei popoli slavi; pensate che per eseguire queste tele gigantesche l’artista affittò uno studio e un appartamento in un castello della Boemia occidentale.

L’ultima sezione della mostra, quindi, mette in luce questo cambio di indirizzo nell’arte di Mucha verso un contenuto sempre più carico di significati e di messaggi ben precisi. Dell’Epopea Slava troviamo addirittura il manifesto per la mostra che si tenne a Praga nel decimo anniversario della nascita della Cecoslovacchia.

Insomma, una mostra davvero particolarmente interessante e raffinata che ci riporta a delle atmosfere e a delle storie di cui purtroppo non si sente parlare troppo spesso.

Da notare che Palazzo Pallavicini ha creato una app-audioguida davvero ben fatta. Ognuno può scaricarla sul proprio smartphone e ascoltare la descrizione delle sale e delle opere semplicemente avvicinandosi. L’applicazione riconosce il punto in cui ti trovi e ti spiega quello che stai vedendo. Molto ben fatta, se andate a vedere la mostra vi consiglio assolutamente di utilizzarla.

Per cui, Alphonse Mucha, Palazzo Pallavicini a Bologna fino al 20 Gennaio.

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