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Andy Warhol and friends nella New York degli anni ’80

by / mercoledì, 28 Novembre 2018 / Published in Diario Semiserio

Diciamoci la verità: la New York degli anni ’80, aldi là del mito che poi è rimasto nell’immaginario collettivo, era davvero unposto poco raccomandabile. Era una città pericolosissima, sporca e a tratti davvero inquietante. Lo abbiamo visto intanti film, uno per tutti The Warriors – in Italia tradotto I guerrieri della notte -tratto dal romanzo di Sol Yurick: il film uscì nel 1979 e fu quasi interamente girato direttamente nelle reali strade di New York e ci restituisce un quadro davvero realistico di quello che poteva essere una gita nella notte dal Bronx a Coney Island.

C’erano zone davvero inavvicinabili e lo stesso Bronx, per esempio, era una vera e propria terra di frontiera che fa da sfondo ad uno dei romanzi simbolo degli anni ’80 newyorkesi: The Bonfire of the VanitiesIl falò delle vanità di Tom Wolfe che ci restituisce soprattutto l’altra faccia di questo periodo: quello dominato dalla speculazione finanziaria che crea una nuova classe di ricchi, freddi adoratori del dio denaro, che viene rappresentata degnamente da Oliver Stone in Wall Street che neanche a farlo apposta esce proprio nello stesso anno del romanzo di Wolfe. Ve lo ricordate Gordon Gekko? L’idolo di tutti i giovani broker della Borsa di New York, lo squalo interpretato da un fantastico Michael Douglas; sono gli anni dello yuppismo e dell’America reaganiana, in una New York davvero molto molto lontana da quella di oggi.

Quindi, da un lato la città devastata da crimine, corruzione e tensioni razziali fortissime, dall’altro il conflitto di classe messo in scena tra i nuovi ricchi, e i cittadini comuni.

Anche l’East Village, che oggi forse è uno dei quartieri più affascinanti di NY, non scherzava, tra droga, locali sadomaso, prostituzione e tutti gli eccessi e le trasgressioni che si possono immaginare – o che forse non si possono neanche immaginare; come scrive Tommaso Pincioc’era “una disposizione allegra, incondizionata e disinvolta a qualunque tipo di sperimentazione sessuale”: sono gli anni in cui l’HIV cominciava a farla da padrone e a gettare nel panico migliaia di persone. Gli anni in cui l’East Village diventa il quartiere segnato dall’eroina e dalla povertà, dai pusher e dagli homeless.

Insomma, la città era un vero e proprio “territorio di battaglia” dove molti luoghi, in testa a tutti la metropolitana erano davvero terra di nessuno, sia di giorno che di notte. La metropolitana era sporchissima e soprattutto imbrattatissima; ma fra tutti gli imbrattatori cominciavano anche ad emergere quelli che sarebbero stati i protagonisti di quella tendenza artistica senza precedenti che esplode nel Lower East Side e nel South Bronx: ragazzi con felpe, giacconi e bombolette spray che si firmano con sigle strane, e disegnano davvero ovunque.

Èvero quindi che la città era flagellata dal crimine, dalla corruzione e da un milione di problematiche sociali, ma c’era sotto un fermento incredibile che diventa terreno fertile e scenario perfetto per una generazione di artisti come quella di Andy Warhol and Friends.

Negli anni ’80 Warhol aveva già alle spalle 20 anni di lavoro e di varie Factory e, se non sbaglio, quella più famosa – ovvero quella al Decker Building al 33 di Union Square – non esistesse già più, sostituita dal suo ultimo studio personale al 158 della Madison Avenue. Ma in questo periodo, oltre a riprendersi da un periodo un po’ critico per entrare in uno dei più fecondi della sua carriera, Warhol comincia a diventare e ad essere riconosciuto, oltre che come un artista, come un vero e proprio Guru della nuova generazione di artisti che comincia a farsi largo in quello scenario che abbiamo descritto. Diventa ilpunto di riferimento per ragazzi che sembrano usciti, più che da un’accademia d’arte, da Saranno Famosi (ricordate la bellissima Serie Televisiva di quegli anni? Mela sono vista tutta non so quante volte…); insomma, ragazzi lontanissimi dalle fredde atmosfere concettuali e minimaliste che erano state il pane quotidiano fino al decennio precedente. Sono giovani che vogliono divertirsi, sentirsi liberi, fare feste, vivere una vita colorata e se vogliamo anche un po’ sopra le righe.

Parla proprio di questa generazione la mostra a Palazzo Albergati a Bologna intitolata appunto Warhol&Friends. New York negli anni ’80: parla di questo rapporto che si viene a creare tra Warhol e tutta la gente che gli ronza intorno, chi per vera amicizia, chi per cercare di diventare qualcuno attraverso di lui.

Se andate a vedere questa mostra non andate assolutamente con l’idea di vedere una mostra su Andy Warhol. Quella curata da Luca Beatrice in realtà è proprio un viaggio in quella che è stata l’atmosfera artistica della New York degli anni ’80.

Nel suo saggio in catalogo Beatrice parte dalla fine, dalla morte di Warhol, dal lunedì nero della borsa a Wall Street, dalla fine dell’era Reagan,dalla morte di Basquiat, Mapplethorpe, Haring e dall’ecatombe dell’AIDS che ha spazzato davvero via quel decennio.

Ma tutto questo da dove era cominciato?

Poco prima dell’inizio del decennio, verso il ’78/’79 Warhol e Basquiat si incontrano per la prima volta eKeith Haring si trasferisce a New York. Nonostante tutto, la città esercitava una seduzione infinita perché si aveva l’impressione di poter vivere nella libertà assoluta e che quello fosse il luogo dove tutto accadeva.

Luca Beatrice quindi divide gli anni ’80 in due parti: la prima la definisce quella dell’entusiasmo, dove si assiste al ritorno alla pittura; la seconda quella della consapevolezza e del disincanto,dove si ricominciano a sentire parole come ‘neo concettuale’, arte politica e sullo sfondo l’emergenza aids, il genderism e il ruolo delle donne.

Ingenerale, però, il vero propulsore della produzione artistica, come al solito, è l’economia che in quel decennio spinge davvero un bel po’ e da una vitalità incredibile a quel mondo dell’arte che stava diventando sempre di più uno status symbol e un ‘bene’ sul quale investire.

Anche il ritorno della pittura, quindi, è stato sicuramente sostenuto dagli ottimi affari che i giovani rampanti americani facevano con la finanza. Avevano tantissimi soldi, casa bellissime con parete enormi da riempire e comprano proprio quegli artisti che rappresentano l’America degli anni ’80 con le loro tele enormi.

È interessante la definizione di Jeffrey Deitch che chiama questo aspetto dell’economia consumistica degli anni ’80 “warholizzazione dell’arte”perché è proprio in questi anni che cambia il modo di valutare un’opera e un artista e, in qualche modo, ne stiamo pagando ancora le conseguenze: se prima il valore di un artista era determinato dalla sua presenza nei musei, nelle collezioni o dall’apprezzamento della critica, a cominciare da quel periodo le opere che valgono di più sono semplicemente quelle che costano di più. Quindi, in qualche modo, il merito viene surclassato dalla capacità di avere le giuste relazioni, i giusti agganci, di uscire sulle riviste finanziarie insomma, di frequentare i giri giusti. E uno di questi, se non il più importante, era proprio quello alla corte di Warhol.

Molto bravo e calato in questo sistema è, per esempio, Jeff Koons che si allontana anni luce dallo stereotipo dell’artista maledetto che Basquiat aveva rispolverato e,invece, veste i panni del business artist, sempre bello patinato, ben vestito, rassicurante uomo di successo che piace agli uomini di successo.

Ma ritorniamo al punto di partenza. Simbolicamente sono due mostre che inaugurano il decennio in maniera davvero esplosiva: il 1° gennaio 1980 viene allestita The Real Estate Show una mostra pressoché illegale organizzata da quello che oggi chiameremmo un collettivo di artisti, The Collaborative Projects, in un building vuoto del Lower East Side diproprietà del Comune occupato da questo collettivo per protesta e che ebbe molto risalto sui media. A seguire quasi a ruota, a giugno, sempre i Colab organizzarono TheTimes Square Show, una grande mostra aperta vicino al distretto di intrattenimento (e pornografia) del centro di New York ormai ritenuta fondamentale nella storiografia degli anni ’80 perché da luce a quella che è stata la generazione della Graffiti Art da cui vennero fuori Haring, Basquiat, Kenny Scharf e diversi altri che nel giro di pochi mesi da outsider trasgressivi divennero costosi artisti di galleria.

È interessante vedere come tutto ciò che accade in quegli anni è fatto dai giovani: gli artisti che arrivano al successo in pochissimi anni, i nuovi galleristi che li sostengono, i collezionisti rampanti che, come dicevamo, gli comprano le opere… e purtroppo,spesso e volentieri anche i morti sono giovani. Mi ricordo quando vivevo a New York qualche anno fa, un mio amico artista che è sopravvissuto a quegli anni mi raccontava che davvero ad un certo punto le persone che conosceva e che facevano parte di quel mondo dell’East Village di cui abbiamo parlato, si vedevano ‘cadere come le mosche’ e chi è riuscito ad invecchiare è stato davvero per pura fortuna.

Ovviamente non sapremo mai se gente come Basquiat, Haring o Mapplethorpe fossero andati avanti nella loro carriera cosa avrebbero combinato, può darsi anche niente, può darsi anche che il loro strabiliante successo sia anche un po’ legato al mito ma, del resto, la storia dell’arte è fatta anche di queste cose e non si può fare con i se e con i ma.

Tornando a Warhol – che, di fatto, aleggia sempre sullo sfondo di tutte queste considerazioni – lui chiude con un po’di anticipo il decennio morendo nel 1987 per una stupida complicazione postoperatoria, mettendo davvero fine ad un epoca, che simbolicamente se ne va sfumando sulle note di John Cale e Lou Reed – ex membri dei Velvet Underground che Warhol aveva tenuto a battesimo – che registrano il concept album Songs For Drella (Drella, combinazione di Dracula e Cinderella, unodei soprannomi dell’artista), dedicato alla memoria del loro amico e mentore Andy Warhol.

Ma entriamo nel vivo della mostra. Mi è piaciuto subito molto il fatto che nell’audioguida non ci sia la voce di un anonimo speaker, ma Luca Beatrice in persona che ci racconta direttamente: è in po’ come se avessimo sempre il curatore lì con noi che ci spiega la mostra passo dopo passo,e questo non è male.

La mostra è fatta a “stanze tematiche”e la prima è interamente dedicata a Warhol. L’allestimento è subito un po’ pop:carina l’idea di fare tutti i muri argentati come erano quelli della Factory anche se devo dire che le opere ci depistano un po’ dal tema di cui abbiamo parlato fino ad ora. Non c’è pressoché niente degli anni ’80, ma le ‘solite cose’ famosissime degli anni ’60 e un po’ di ’70.

Si comincia ovviamente con le Campbell’s Soup che è l’opera che ha sancito il passaggio definitivo di Warhol nell’olimpo degli artisti quando nel 1962 viene pubblicato dal “Time”. Qual è il concetto che c’è dietro? L’opera d’arte non è più un pezzo unico, ma un qualcosa che può essere riprodotto in maniera seriale seppure con qualche variazione: ovviamente non è una novità assoluta, le tirature si facevano anche prima e anche i più grandi artisti come Picasso e Dalì hanno realizzato infinità di multipli,seppure con altre tecniche. La differenza sta nel fatto che fino a quel momento il lavoro grafico veniva sempre considerato come un’arte minore, di secondo piano, mentre Warhol ne fa addirittura un must, e funziona perché le sue immagini sono dellevere e proprie icone del suo tempo, della nuova America. Ma come sappiamo alla fine sono diventate delle icone senza tempo. E quindi troviamo il ritratto di Marilyn(che, pur essendo del ’62, diventa il manifesto della mostra); Jacqueline Kennedy ritratta dopo l’assassinio di John Kennedy del ’63, Mao Tse-Tung, dopo l’incontro bilaterale tra USA e Cina del 1972 tra il presidente cinese e Richard Nixon; insomma,tutto ciò che serve a fare un rapido punto sul periodo d’oro o meglio ‘silver’di Warhol. Un omaggio a Warhol e un’esca un po’ ruffiana al visitatore meno accorto che comunque vuole vedere quello che si aspetta di trovare. In questa prima sala la disposizione delle opere forse è un po’ asfittica e disordinata ma purtroppo le stanze di Palazzo Albergati sono abbastanza piccole e non permettono allestimenti di ampio respiro.

Superato questo prequel, cominciamo ad addentrarci davvero negli anni ’80. Cosa succede? La Graffiti Art o la Street Art di cui già si cominciavano a vedere cose negli anni ’70, con il nuovo decennio esplode letteralmente sia come fenomeno artistico che come fenomeno sociale: vigeva fra tutti una comune l’intolleranza alle regole e soprattutto nei confronti delle cose serie e pretenziose.

Qui non troveremo murales, anche se magari una documentazione fotografica sarebbe stata interessante, ma opere con tecniche diverse di quei giovani artisti che esplodevano in quel momento: fra i più conosciuto Keith Haring e Basquiat, ma anche nomi forse meno noti al grande pubblico come James Brown, uno dei più interessanti protagonisti della Painting Reinassance Americana. E poi Ronnie Cutrone, Donald Baechler… diciamo che gli artisti quando passano dal muro alla carta o alla tela non sempre hanno la stessa forza… però, meglio che niente!

Un altro fenomeno che già da un po’ si stava facendo strada è quello che raccoglie sotto il suo ombrello soprattutto i musicisti, che però amano fondersi e contaminarsi con le altre arti, dalla fotografia alla moda, dal cinema alla performance. È la New Wave, questa nuova onda che si va formando più che altro nel Regno Unito nella seconda metà degli anni ’70 e parallelamente a New York verso la fine del decennio soprattutto nell’entourage del CBGB il famosissimo rock club del Lower East Side, sulla Bowery, nato all’inizio degli anni ’70 e che purtroppo ha dovuto chiudere nel 2006 portandosi dietro il ricordo di tutto l’underground e il punk statunitense passato da lì.

La New Wave di fatto parte dal punk anche se strada facendo prende delle connotazioni un po’ più pop. Per capirci stiamo parlando di pezzi che hanno segnato la storia della musica come My Sharona degliKnack o di gruppi come i Talking Heads che sono cresciuti proprio all’ombra delle nuove avanguardie nelle arti visuali e grafiche e ne hanno in qualche modo respirato e rimodellatola frenesia, i colori ma anche il senso di follia di quella City in cui vivevano. E quindi le diverse discipline artistiche convivono e anzi si blendano influenzandosi a vicenda. Anche questo movimento è segnato da una mostra importante che si tiene in una ex scuola del Queen in quello che poi diventerà il PS1 del Moma: la mostra si intitola proprio NewYork/New Wave.Una cosa davvero molto free con opere di oltre 100 artisti attaccate un po’ovunque che diventa il manifesto di questo movimento, un evento che sottolineava con forza il suo legame con la musica. Oltre al fatto che il confine fra musicisti e artisti era già molto labile, troviamo ad esempio David Byrne leader dei Talking Head che espone al fianco di gente come Basquiat, Mapplethorpe, Bertoglio, Haring, credo lo stesso Warhol, ma ogni sera suonano i gruppi più in voga del momento in un clima decisamente festaiolo e molto ‘colorito’.

Questa sezione della mostra quindi è soprattutto fotografica e musicale. A me piacciono molto le mostre con un “colonna sonora” però bisogna dire che in questa location i diversi audio delle sale si disturbano un po’ a vicenda e soprattutto disturbano l’ascolto dell’audioguida che qui si fa davvero un po’ fatica a sentire.

Un posto di rilievo, e doveroso, in questo periodo newyorkese, lo occupano sicuramente le donne. Le troviamo un po’ in tutta la mostra ma qui viene dedicata una piccola sezione a questa nuova generazione di artiste che lavorano sulla comunicazione, sull’immagine e sul corpo: Barbara Kruger che sovverte il senso delle immagini pubblicitarie; Jenny Holzer che già va verso il Neoconcettuale di cui si parlerà dopo; Cindy Sherman che richiama l’attenzione sullo stereotipo della donna; Sherrie Levine, una delle figure centrali dell’Appropriation Art ecc.

Ma a Warhol, quanto gli piaceva la Polaroid?

C’è una foto bellissima di Oliviero Toscani che lo ritrae con questa mitica macchina.

Lui scattava migliaia di foto: tutti quelli che passavano per la Factory pagavano questo pegno e così viene fuori una galleria infinita di personaggi dell’epoca più o meno noti immortalati dallo sguardo voyerista di Warhol: da Jane Fonda a Roy Lichtenstein, da Liza Minelli a Keith Haring senza contare i suoi ‘selfie’ travestito da divo del cinema o da drag queen… insomma una vera e propria fissazione che ha portato ad una produzione immensa che poi spesso veniva riusata per altri lavori.

Fine primo tempo.

Non mi è mai piaciuto molto il fatto che la mostra sia spezzata in due ma, come sapete, a Palazzo Albergati ci sono delle sale a piano terra e delle altre al secondo piano e non c’è soluzione. Diciamo però che in alcuni casi una pausa cista… per cui saliamo le scale e cominciamo il secondo tempo.

Incontriamo subito due pazzi esplosivi: Robert Mapplethorpe e Patti Smith, I due si incontrano a Brooklyn nel ’67 e fanno una vita decisamente bohémienne e molto presto entrano nell’entourage della Factory – quando era appena spostata al 33 di Union Square – e frequentano vari localini popolato da drag queen e altri personaggi particolari che avvicinano Mapplethorpe alla sessualità e alla fotografia, binomio che lo porterà al successo grazie alla pubblicazione del famoso Portfolio X nel ’78,dove ci sono immagini pornografiche e sadomaso decisamente forti ma rappresentate con una perfezione formale e compositiva incredibile.

Parallelamente anche Patti Smith si fa strada fra teatri sperimentali, poesie, reading, fino anche non scopre la chitarra e il rock che la porterà fino a Detroit all’inizio degli anni ’80.

Per Mapplethorpe continua negli anni ’80 sulla strada della provocazione con mostre come BlackMales, in cui ritrae dei bellissimi uomini di colore nudi anche qui sempre con una grande attenzione alla perfezione e alla dissacrazione del corpo.

Fino ad arrivare all’apice della sua carriera nel 1988 quando inaugura la retrospettiva al Whitney Museum poco prima della sua morte a causa dell’AIDS.

In mostra non troviamo immagini particolarmente forti e niente di davvero caratterizzante se non un paio di cosette; ci sono, più che altro alcuni ritratti suoi e di Patti Smith e qualche altra foto.

Se nelle polaroid le immagini sono impietosamente reali, nei ritratti di Warhol le figure sono in qualche modo idealizzate: il soggetto è sempre riconoscibile ma attraverso pochi segni che sono poi coperti da grandi campiture che poi, come sappiamo cambia di volta in volta colore quando l’immagine diventa seriale.Troviamo nella sezione dedicata ai ritratti oltre al suo autoritratto, Lenin, Man Ray, Giovanni Agnelli, Liza Minelli.

Anche qui, io avrei selezionato un po’ di più, magari scegliendo solo quelli degli anni ’80, ma a parte quello di Agnelli che è del ’72, gli altri sono molto a ridosso del periodo.

Abbiamo già accennato più di una volta al neo concettuale: il termine viene fuori perla prima volta nel 1986 in una mostra collettiva alla Sonnabend Gallery organizzata da Meyer Vaisman un artista venezuelano molto influente sulla scena newyorkese degli anni ’80. Si ritorna un po’ sui passi dell’astrazione geometrica e del minimalismo: vengono utilizzati oggetti comuni e resi opere d’arte se non addirittura opere d’arte altrui ‘prese in prestito’ per farne dell’altra arte.

Fra tutti emerge con prepotenza Jeff Koons che, come dicevamo, è il più affarista di tutti ed entra un po’ in contrasto con tutto l’underground che imperversava nell’East Village: lui frequentava il mondo finanziario e cercando di prevedere quali sarebbero state le tendenze a seguito di quello che succedeva sul mercato. Non si capisce bene la presenza di un bellissimo ritratto di Sandro Chia in questa sezione che andava nella sezione precedente, ma dove forse non c’era abbastanza spazio, ma c’è il famoso Brillo Box che però avrei messo nella prima sala insieme al Warhol degli anni ’60. In realtà in qualche modo ha un senso anche qui perché è forse un esempio ante litteram di un oggetto preso da un altro contesto e riarrangiato. È la scelta dell’oggetto ad essere artistico, non l’oggetto in sé anche se non è proprio un oggetto trovato emesso in mostra con un gesto performativo perché fatto a posta e con una dimensione molto più grande del reale. Insomma, un angolo dove trovano posto cose che andavano da altre parti.

Dal ritorno al concettuale al ritorno alla pittura. Si riscopre il piacere di dipingere fin dall’inizio del decennio,ma non solo qui a New York, succede un po’ dappertutto in reazione a quello che era stato il predominio delle avanguardie che in qualche modo si cerca di superare riscoprendo le grandi tele, la materia, i riferimenti colti.

In mostra, fatto da Warhol che forse sarebbe stato meglio nella sezione dei ritratti c’è tanto da vedere: dalle due enormi tele di Julian Schnabel ad una rappresentanza di transavanguardia con una tela dello stesso Chia e un paio di lavori di Francesco Clemente e poi Ronny Cutrone, Robert Longo e diversi altri‘pittori’ di quel periodo.

Gli anni ’80 quindi come dicevamo si chiudono con una serie di scomparse: Warhol nel ’87, Basquiat nell’88, Mapplethorpe nel 89 e Haring nel ’90. A parte Warhol che muore per una stupida complicazione post-operatoria, tutti gli altri se ne vanno a causa dell’AIDS che è stata davvero la scure che è calata sulla New York di quel periodo.

La mostra celebra questo momento con una sezione intitolata “Song for Drella”, ne abbiamo già parlato all’inizio ma, in tutta sincerità, a parte un ritratto fotografico di Lou Reed che si riunisce con i Velvet per dedicare l’album alloro mentore, e un’opera di Warhol che ritrae Dracula, mi è sfuggita la relazione fra le opere e questo momento clou del periodo, ma forse sono statoio distratto…

Prima di infilarsi in una stanza discoteca con la palla al centro dove ci possiamo immergere, anche con un po’ di nostalgia, nella musica di quegli anni, la mostra ci lascia con un po’ di facce di gente che ha popolato questo periodo incredibile: da Grace Jones a Madonna, da Clemente a Gagosian, da Naomi Campbell a… ovviamente sempre lui… Andy Warhol.

Che dire, una mostra intensa per un periodo intenso. Una mostra che può interessare anche chi non ama particolarmente questi generi di cui abbiamo parlato, ma è lo spaccato di un’epoca, un pezzo di storia recente sul quale forse ancora non si è riflettuto abbastanza e che di cui forse c’è ancora tanto da portare alla luce.

Quello che in generale non mi è piaciuto tanto è stato l’allestimento, non mi è sembrato molto curato, ci sono molti punti in cui le luci abbagliano la lettura o in cui l’audio disturba e certe scelte mi sono sembrate di dubbio gusto. In generale non c’è molta coerenza fra i vari passaggi, a tratti classico, a tratti tenta di avere un mood in linea con il tema della stanza, ma con scarsi risultati; però vabbè, l’importante sono le opere e i concetti e bisogna dire che in questa mostra cene sono davvero tanti.

Come in ogni storia che viene raccontata ci sono mille rivoli che avrebbero potuto essere approfonditi di più però in generale è una storia che emoziona e lascia di sicuro qualcosa, soprattutto se si ha un po’ la pazienza di andare a fondo e cercare di capire bene i legami fra i fatti e le persone o se ci si lascia trasportare dai centinaia di racconti che ognuno degli artisti e dei personaggi che sono stati coinvolti portano con sé.

E, ogni tanto, è bello anche abbandonare la strada segnata dal curatore e prenderne una qualsiasi, andandosene, un po’ underground, per i fatti propri.

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