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Insideart - Dialogo con Pomodoro. - di Francesco Angelucci

Parla il meastro della sua sede in via dei Solari, nel libro di Gualdoni edito da Confine.

Una storia può essere raccontata solo se ha un inizio e una fine. È da questa verità che parte il libro Vicolo dei Lavandai dialogo con Arnaldo Pomodoro edito da con-fine. Purtroppo la fine è la chiusura di uno spazio storico per la città di Milano: chiude nel dicembre del 2011 la sede di via dei Solari 35 legata alla fondazione Pomodoro. La crisi è crisi per tutti e questa è un’altra verità da mandare giù come un boccone amaro. «Alla fine degli anni 90 – dice il maestro – cercavo un luogo dove realizzare una grande scultura che mi era stata commissionata a Roma per celebrare il cambio di millennio». Così è nato l’amore del maestro verso questo spazio che conservava ancora la memoria della sua antica funzione: una fabbrica di turbine e pompe idrauliche. Un ambiente immenso, gigante e poeticamente vuoto. Perfetto, insomma, come atelier per lo scultore.

LEFT Avvenimenti

Arnaldo Pomodoro si racconta. Ricordando le esperienze di vita, i viaggi, gli incontri che hanno ispirato il suo lavoro. All’insegna dell’impegno civile. E di quella vitale voglia di sperimentare che continua ad alimentare la sua ricerca.

«Ho sempre sentito in me la necessità di un coinvolgimento concreto da un punto di vista sociale», racconta Arnaldo Pomodoro a Flaminio Gualdoni che lo intervista nel libro Vicolo dei lavandai, uscito il 7 giugno per le edizioni con-fine. Poeta della scultura che si è formato nell’antifascismo ha sempre rifiutato l’idea dell’artista chiuso nel suo studio, come torre d’avorio. Dal dopoguerra contribuendo alla rinascita del Paese con la creazione di opere di grande valore civile in spazi pubblici.

«Sono molto sensibile alla responsabilità dell’arte che, secondo me, ha un carattere etico: esprime non solo un autore e uno stile suo proprio, ma anche i motivi e il senso di una civiltà», commenta il Maestro. Che subito aggiunge: «L’apporto dell’arte allo sviluppo della società è fondamentale e lo è soprattutto in questo periodo di grande incertezza e di profonde trasformazioni: le opere d’arte sono un riferimento decisivo della percezione nello spazio-tempo in cui oggi viviamo. E proprio da questa consapevolezza è nata l’idea della mia Fondazione qui a Milano.

Corriere della Sera

 

Amarcord Arnaldo Pomodoro racconta in un libro la sua avventura meneghina iniziata in quell’angolo storico

Ritorno a vicolo dei Lavandai
Anche la Fondazione sarà trasferita da via Solari al Naviglio

Succede spesso che la vita di un artista sia fortemente legata a un luogo: la leggenda di Picasso non potrebbe fare a meno del Bateau Lavoir di Montmartre, e si potrebbe immaginare Monet senza la casa di Giverny? Anche la topografia di Milano vanta i suoi luoghi dell’arte: la galleria dei futu risti; il bar Giamaica di Piero Manzoni; il corso Monforte di Fontana e il vicolo dei lavandai dello scultore Arnaldo Pomodoro. «Arrivato a Milano, il mio sogno è stato proprio quello di radicarmi in questa zona che trovo fra le più belle di Milano, dove ancora si possono vedere le pietre antiche su cui si lavava e gli attracchi dove si legavano i barconi». Così lo scultore, 86 anni, marchigiano di origine, comincia a ricordare la sua straordinaria avventura milanese in un colloquio con Flaminio Gualdoni dai toni intimi e sommessi, stampato da con-fine edizioni in un raffinato libretto «Vicolo dei Lavandai» (pp. 48, € 9,00) in uscita il prossimo 7 giugno. In quella stradina sul Naviglio Grande, dove negli anni ha via via allargato studio, archivio e abitazione, Pomodoro ha deciso che farà ritorno anche la sua Fondazione dopo la  recente chiusura degli immensi spazi di via Solari, impossibili da mantenere aperti alla città.

Inaugurata la collana 'effimera' con "Il silenzio della Gioconda" di Pippo Lombardo.

Attraverso l’analisi dell’artista contemporaneo, sempre più divo e sempre più schiavo del mercato e delle lusinghe del sistema arte, Lombardo lascia emergere un abbozzo di progetto che riporta – da un lato – l’artista ad una nuova consapevolezza libera dalle regole del sistema stesso; dall’altro – quello della critica verso un rinnovato ruolo speculativo, in grado di arginare l’esuberanza dell’impeto creativo (non certo per mortificarlo, ma per “educarlo”) ridando importanza all’opera attraverso la misurazione degli effettivi valori estetici, ma anche sociali storici psicologici…. 

Un continuo scambio dialettico: unica cura possibile per lenire le ferite di un’asfittica arte contemporanea e per spingere l’artista verso una ri-presa di coscienza che possa finalmente renderlo libero di fare della sua opera ciò che davvero sente. 

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