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Quel giorno

by / venerdì, 18 Ottobre 2013 / Published in Sergio Saggese, Visioni Mondaniche

Questo è il quarto racconto che Sergio Saggese, l’autore di Codamozza, scrive per la rubrica Visioni mondaniche. Non aggiungiamo nulla perché noi non abbiamo avuto bisogno di sapere nulla per riuscire ad emozionarci ancora una volta con la sua scrittura. A voi i racconti che amiamo…

Milena Nicosia | Scatola 39 | particolare

 

È una diapositiva di quando stavamo al mare.

Quel giorno mi sono fatto scendere i tuoi capelli sulla testa.

Era l’estate del ’90. Scimmiottavamo come fanno in tanti scattandosi foto.

Fingevo d’avere i capelli lunghi, posai davanti alla macchina fotografica facendomi cascare i tuoi sulla fronte.

La macchina in autoscatto aspettava impaziente di cliccare poggiata sulla balaustrata di via Caracciolo.

Tu dietro di me, e dietro di te il destino.

Ora che la riguardo è proprio così.

È così perché alle tue spalle, a distanza, c’è il tizio che ne sarebbe stato la mano.

Tanto implacabile il destino, eppure sempre bisognoso dell’uomo.

La diapositiva irradia la stessa luce di quel giorno, come ne avesse rubato e tenuto un pezzo.

Una giornata piena di sole, più luminosa che calda quella, con un sole che stendeva tovaglie di luce ovunque.

Tu sei seduta sulla nostra macchina, io accovacciato per rendere meglio l’effetto.

Non ti si vede. Abbassasti la testa inondandomi con una cascata di capelli neri, profumati, morbidi.

Me li separai sulla faccia per farmi la riga come fossero miei, li sniffai e sapevano di muschio.

Ti sentivo respirarmi sulla nuca, era come tentassi d’abbracciarmi con l’alito.

Quando si ama è così, ogni gesto è un abbraccio.

Mi baciasti più volte.

Uno dei baci si schiuse in un piccolo morso.

Quando ci rimettemmo in macchina, tirasti fuori una Morris dal pacchetto e l’accendesti.

La mettesti in bocca a me e te n’accendesti un’altra.

Ammiccando mi carezzasti col fumo della tua boccata.

Ti guardai attraverso la spira.

M’eccitai fissando i tuoi denti bianchissimi che strizzavano il filtro.

Quando c’immettemmo nel traffico udii un fragore di vetri.

Il tizio, quel tizio, ruppe il lunotto per tirar fuori la tua borsa, ci riuscì, rimontò sulla sua moto partendo a razzo.

Realizzai che ci aveva derubato e andai all’inseguimento.

Ma non sono mai stato granché come pilota, e ci mise poco a seminarci.

Intanto avevo schiacciato troppa rabbia sul pedale e all’incrocio finimmo con l’impattare.

Svenni.

Quando riaprii gli occhi, stavi ai piedi del mio letto che ti mangiavi le unghie.

Ringraziai iddio ch’eri illesa.

Il medico disse «Ce la farà» riferendosi a me, e tu sorridesti.

Sopravvissi.

Ma quando tornai a casa cominciarono gli incubi.

Sono sogni premonitori che faccio ancora ogni notte.

Sogni in cui vedo morir gente che mi è cara e non posso far nulla.

La lesione alla testa avrà aperto un passaggio nel futuro.

Più che ferite, certe sono feritoie sull’assoluto.

Ho sempre desiderato parlartene, ma non è mai stato possibile.

In uno degli incubi vedevo il giorno in cui morivi.

Ti falciava un pirata della strada.

Ne sapevo ora e data.

Quando quel giorno è arrivato, Dio solo sa in quanti modi abbia tentato d’impedirti d’uscire.

Ma come potevo?

Paralizzato dal collo in giù, dopo l’incidente, muovo soltanto la testa.

È qui che mi si sono rifugiati tutti i sentimenti, come profughi dopo lo schianto.

La mia faccia è un accampamento di smorfie. E tu eri di fretta. Mi sorridesti prima d’andartene, pensando chissà che volessi mai dirti.

Ti fisso. Sei così bella in questa foto, Nì.

Nella diapositiva s’è fermato tutto il nostro tempo nuovo.

Quello usato lo smangio ogni giorno a furia di ricordarti.

Guardo le nostre foto di continuo.

È Anna, la mia infermiera, che manovra il proiettore, visto che io non posso.

Ogni tanto mi guarda per sapere che fare, rovista nelle mie smorfie, e attende.

Sono così stanco.

Batto due volte le palpebre.

Significa “stop”. E così Anna pigia sul tasto arrestando la progressione dei ricordi.

Quando il proiettore si ferma, sulla parete resta un quadrato luminoso giallo.

Forse una di quelle tovaglie di sole – te le ricordi Nì? – scampate a quel giorno.

Non posso parlare, non posso muovermi. Ma posso vedere, e allora guardo verso l’infinito e ti rivedo. Ma mi sento gli occhi gonfi, sento che si bagnano, e a piangere capisco di riuscirci ancora.

Sergio Saggese

Collana Transfert

9 Responses to “Quel giorno”

  1. Luciana says : Rispondi

    Un racconto a stacchi-Ogni immagine uno scatto fotografico-Un pensiero magnifico di sole e d’amore-Uno stacco e il frangersi del vetro: il destino-La vita ridotta agli occhi e nel buio della mente un futuro di morti preannunciate- Il ricordo proiettato dalla cinepresa- spenta alla fine in un riquadro giallo di vuoto.
    Racconto drammatico in pennellate secche, dolorose, scattanti a volte come frustate.

    • sergio saggese says : Rispondi

      Non può essere che buono, credo, e sperare d’esserne all’altezza, un racconto che ha ispirato un commento così grandemente poetico. Grazie. Sergio Saggese

      • Luciana Ricci Aliotta says : Rispondi

        Voleva essere buono, anche se troppo breve per quel che volevo sottolineare: una serie di sequenze cinematografiche in cui ho sentito una forza drammatica tutta risolta in azioni al di fuori della volontà dell’uomo .Regista il destino.

  2. Mi sembrano circa 65 giocate a perdere e una dietro l’altra. Aubrey Beardsley disegnava mostri perchè sapeva che avrebbe vissuto poco e non aveva tempo per la bellezza…A volte la fretta (Ci) gioca brutti scherzi e penso che anche tu,Sergio Saggese, in questo caso ne abbia avuta tanta, troppa. Ricordati Binyon: “Slow-ness is beauty”…e vale anche in una velocissima sequenza di scatti…

  3. sergio saggese says : Rispondi

    Non può essere che buono, credo, e sperare d’esserne all’altezza, un racconto che ha ispirato un commento così poetico. Grazie. Sergio Saggese

    • sergio saggese says : Rispondi

      Ecco, vedi, di nuovo troppa fretta, che m’ha fatto commettere l’errore di rispondere a questo secondo commento digitando, per l’appunto frettolosamente, la stessa risposta riferita al primo. Ma in fondo, a pensarci, un vero e proprio errore non c’è. Visto che poetica è anche questa premura di citazioni. Mi verrebbe da rispondere, una piccola tentazione ce l’avrei, alla stessa maniera del personaggio confuso e perplesso, interpretato dal caro Massimo Troisi nel film Il postino, trovatosi di fronte alle esternazioni di un monumentale Neruda : don Pablo? Sergio Saggese

      • paideuma says : Rispondi

        Adesso io vorrei risponderti, ma come faccio a farlo? Se col primo commento mi ritrovo che tu fai la parte di Troisi, col secondo non vorrei ritrovarmi in un grande Kolossal e doverti vedere nei panni di Mosè sul monte Sinai;)) E comunque sono convinta che tu mi hai capita! Assolutamente sicura.

  4. Aspetta, aspetta…Sergio? Mi è venuto un dubbio! Non è che la parte di Troisi toccava a me? Adesso stavo uscendo però mi son detta, no, non posso uscire così perchè poi tocca stare male a me e magari pure a lui. Son di quei fraintendimenti che mi costano mille tisane. Oh… ecco, allora mi confermi che la tua parte era quella di Troisi?… Grazie e spero di riuscire a passare domani perchè ho lasciato alcune cose in sospeso::)).

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