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La Spiaggia

by / mercoledì, 09 Ottobre 2013 / Published in Collana Transfert, Gennaro Chierchia, narrativa, Visioni Mondaniche

Guardando fuori sembra proprio che l’estate non ci sia mai stata, nebbia pioggia e freddo ci aspettano ogni mattina, ed è proprio per questo che abbiamo conservato questo racconto che Gennaro Chierchia ci ha regalato quando ancora il sole ci scaldava… per volare con la mente verso quei giorni di mare e di luce che non sono ancora così lontani.

Ti invitiamo a rilassarti immaginandoti di essere tu il protagonista e… buona lettura!

La spiaggia di Gennaro Chierchia

La strada è uno scialle che avvolge la montagna cui è abbarbicata Vico Equense; questa occhieggia alla lingua di scogli che s’innalza sopra il mare come una ferita cicatrizzata. Negli stretti tornanti si pesta il clacson per segnalare agli automobilisti omologhi la propria presenza e, siccome la strada è in pendenza, si procede a marce alte. Gli ammortizzatori hanno il loro bel daffare a rimbalzare l’acciottolato. Chi non vuole sborsare danaro per il parcheggio
posteggia l’auto sotto mani di frasche che carezzano lascive il tettuccio e sotto la parete a strapiombo della montagna. Ma tali sotterfugi sono per pochi eletti. Oltrepasso la sbarra levata come una mannaia sul mio portafoglio. Questa volta ho trovato anche un tetto alla mia auto e posso portare le chiavi con me. Il parcheggiatore è quello dell’estate scorsa, non ha cambiato look: cappellino da baseball bianco, pinocchietto di jeans stinto e scarpe da ginnastica basse colle mezzelune bianche alle punte. È magro come un chiodo e ha i capelli lunghi e riccioluti. Mi squadra a distanza,
estrapolando da me l’immagine da terrorista con cui andavo in giro l’anno prima: testa rapata a zero, baffetti e pizzetto;
confrontandola con quella bohémien che tengo ora: capelli che non taglio da un anno e barba di una decina di giorni. Si sarà detto che la gente cambia. Vorrei essere la mia auto, marchiata a vita con lettere e cifre mezzo cancellate su un’anemica targa di metallo.
Vorrei essere sicuro della mia identità come essa della sua. Poter affermare senza essere contraddetto: «Io sono una macchina» e avere un compito da svolgere finché duro: «trasporto persone».
C’è chi ha la fortuna di abitare a dieci metri dal mare; come sarà la sera ascoltare il frangersi della risacca sul bagnasciuga prima di addormentarsi…?, e mentre si fa all’amore? Ci sono cose che si possono solo immaginare. Quelli che lavorano allo stabilimento balneare sfoggiano abbronzature integrali perfette; l’anziano rimprovera il ragazzo sulle condizioni della spiaggia, definendola un «parco-giochi»; il giovane non ribatte e si mette ad armeggiare dentro una barca di legno infossata nella sabbia. Mi dirigo alla scogliera. Tra gli scogli si aprono voragini da dove sale alle orecchie lo sciabordio del mare che schiaffeggia la pietra. Il mio masso è una conchiglia carbonizzata che aspetta di ricevere in sé il
mio corpo nudo freddato nello spirito. È una coppa sorretta dal braccio di un gigante di pietra che ha i piedi ancorati agli abissi per una colpa indicibile. Il mare è una veste verde-azzurra che si gonfia e si sgonfia come un polmone sopra il respiro delle onde provocate dal passaggio degli aliscafi e delle barche a motore.
Un’imbarcazione è stata battezzata «San Gaetano» e porta in seno due signori di mezza età a torso nudo col cappellino in testa che scrutano la costa in un silenzio religioso. A un metro da me si compie il prodigio di un raccoglitore di cozze che affiora dal nulla; rabbrividendo penso che potrebbe usare il coltello su di me. Il primo sole è un corteggiatore timido che arriva alle spalle in punta di piedi. All’orizzonte il Vesuvio è nascosto dietro un trenino di nuvole che nascono dal mare e che esplodono nel cielo come praline sovrapposte di gelato bianco. Con un dito seguo i contorni di un lichene che spunta dallo scoglio e rifletto che la vita attecchisce ovunque. Un gruppetto di ragazzini si tuffa in acqua e gioca a
chi nuota più veloce. Rilasso il corpo come l’uomo vitruviano di Leonardo e chiudo gli occhi assaporando il calore del sole che, come un taumaturgo, accarezza dove fa più male.

Collana Transfert

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