Ci sono paradisi
in
cui ti senti un po’ in esilio, perché chi fugge è senza terra di
ritorno, paradisi che non trovi sulle carte, persi di vista,
superflui, vagamente lontani.
Ci sono paradisi di giornate
chiare, di panni stesi al sole fra le voci delle donne che si
incagliano nel tufo delle case stonacate dalla salsedine e dal
vento.
Ci sono paradisi dove
l’orizzonte mare-cielo è un dipinto iperreale, in cui farsi
personaggio nell’immobile oleografia incorniciata.
Ci son paradisi che non sai vedere,
chiuso dentro i limiti delle tue pareti.
Ci sono paradisi illustri, in cui non
sempre puoi addentrarti, paradisi di casta, olimpi di miti senza
dei. I paradisi del potere con stanze di arroganza intrise di noia e
di volgarità banale.
Ci sono i paradisi del mistero che
plasma la pittura, perduti nell’indifferenza di chi è poco incline
alla curiosità della scoperta, ma tuttora luoghi di valori e di
ricchezze, a cui può attingere liberamente chi conosce la Bellezza.
Ci sono i paradisi dell’arte facile,
ruffiana, sensibile alla pressione del tasto del telecomando,
un’arte ingiusta che ama star comoda e assisa nel conformismo
moderno della vita.
Ci sono i paradisi riempiti d’ogni
tipo di contagio dove la contemporaneità comprende il passato più
lontano e il momento appena andato. Paradisi di concetti dilatati,
legittimati dall’assenza delle idee.
Ci sono i paradisi di Agostino
Arrivabene, alchemici e silenti, padiglioni celesti dove nascono le
nuvole, dove ogni angolo è un nuovo regno da scoprire pieno di
memorie e di visioni, di
vanità e nature morte.
Luoghi da cercare, oggetti da
ritrovare nel grande letto del passato perché siano ancora una volta
se stessi e qualcosa di moderno, novità e tradizione.
Ci sono i paradisi-fotocopia, prodotti
seriali della massificazione, da cui puoi uscire e rientrare subito
in un altro senza accorgerti del cambio.
C’è l’inferno dell’ammucchiarsi
volgare di opere incomprensibili davanti alle porte dei giardini
della bellezza, sprangate da affarismi e clientelismi che tentano di
sottrarci i sogni, di impedirci di guardarci attorno, di passeggiare
nelle stanze aperte della discussione e del confronto costruttivo.
Ci sono le donne e la natura, un
rinascimento che ritorna come un mondo che è perfetto. Yarek mi
diceva che amava i miei colori
warm
chè lui riusciva a sottrarsi ad un suo hot;
ma è solo il fuoco che ti porti dentro che devi imparare a modulare
per dare il giusto tono al paradiso che vuoi avere.
Ci sono i paradisi di altri che una
volta hai condiviso, paradisi perduti che non ritorneranno, ma
rimangon paradisi.
Ci sono paradisi perduti da altri
lontano nel mondo, paradisi troppo presto diventati inferni sotto la
pioggia delle bombe occidentali, ma dove il colore della rinascita
domina sul bianco e nero del passato, ridandogli un senso nuovo per
ricominciare un nuovo giorno.
Ci sono gli inferni delle cose che non
puoi cambiare, i paradisi fiscali delle ingiustizie, dove ciò che è
sbagliato non paga ciò che deve, ma forse non sono ancora la maggior
parte, anche se ne valutiamo ogni giorno l’incombenza.
Sospesa fra inferno e paradiso c’è
Pomarino, la città ideale che attende il ritorno del re, l’uomo dal
cuore puro.
La città dalle architetture
fantastiche degli eserciti che sfilano, dei duelli e delle giostre,
la terra delle epiche battaglie fra bene e male.
C’è il paradiso della forma, dove
l’armonia della ritualità è
condizione di senso, in cui sei un’eremita che si lascia tutto
alle spalle diventando solo verticalità e silenzio, le
proporzioni della bellezza
attraverso le quali la materia diventa scultura in equilibrio nello
spazio, essenza pura.
Ci sono dei paradisi che scuotono la
vita e l’arte dovrebbe ancora essere uno di questi.
Oggi spesso è solo una visione che ti
sorride da lontano e ti fa sperare, ma poi non si presenta
all’appuntamento.
Ma non sarà per noi un paradiso
perduto dove la rimozione etica ed intellettuale è l’unica via per
rimanere nella torre eburnea del narcisismo contemporaneo. Non
finchè ci saranno guerrieri e sacerdoti, i nostri artisti, a guardia
di valori e identità, a rischio di essere soffocate dal chiasso
senza parole, dal fragore inespressivo di un'arte sempre più
sedicente e autoreferenziale.
Questo giustifica il nostro approccio
più letterario che tecnicistico, il tono che abbiamo scelto come
impronta del nostro parlar d'arte, del nostro cercare, del nostro
perderci in paradisi sempre nuovi.
G.F.