Dialogo sulla necessità del gesto creativo

di Monica Mormone e Gino Fienga

 

 

 

Silenzio – un gesto fulmineo

Ha generato una pioggia di stelle.

(Dino Campana, 1952)

   

Sommario n.4

con-

Dialogo sulla necessità del gesto creativo.

Monica Mormone e Gino Fienga, pag.6

frequenze

Per dissonanze armonizzanti.

Giuseppe Di Bella, pag. 8

frammenti

Alla ricerca di Osiride.

Il gesto intenzionale: la Materia e il Caso.

Luciana Ricci Aliotta, pag.12

passeurs

Nicola Zamboni.

La leggera materia dell'esistenza.

Chiara Presepi, pag.15

Anna Boschi.

Nel pensiero l'atto creativo.

Celeste Borraccino, pag. 19

- sinestetica -

quid

Di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, e dei suoi celati autoritratti.

Pippo Lombardo, pag.25
grovigli

Dino Campana.

Un poeta déraciné tra Otto e Novecento.
Mario Ricci, pag. 28

chiaroscuro

Prima del gesto.

Francesca Conti, pag.30
-fine

Anacronismi contemporanei.

Manuela Gargiulo, pag.32

 

Antiche presenze e assenze presenti.

Gino Fienga, pag.32

 

 

MM - Molto spesso si cerca di rendere razionale ciò che non lo è, di dare spiegazioni, di restituire un senso logico a cose e persone, di racchiuderle in stereotipi che poi ci si porta dentro per il resto della vita.

Ma come è possibile allora spiegare un concetto così complesso come Arte o personalità poliedriche come quelle di alcuni artisti?

Probabilmente se non mi fossi soffermata a pensarci, avrei continuato a cercare di comprendere un’opera semplicemente collegandola ad un contesto storico-politico-sociale e ad una corrente artistica che con una parola (talvolta due), come un banale contenitore pretenda di inglobare artisti e creazioni estremamente complesse.

Poi osservando le opere di ‘geni’ quali Jackson Pollock, Willem De Kooning, Franz Kline, Mark Rothko, mi sono resa conto che c’è molto di più…e questo qualcosa in più è la libertà del gesto creativo.

Quando per la prima volta ho visto un’immagine di Pollock intento a dipingere Autumn Rhytm (1950), chinato su quella tela, in uno stato di trance, mentre lascia sgocciolare il colore talvolta dal pennello, talvolta direttamente dal barattolo, ho pensato: “che stato di grazia, che carica di energia!!!”. Lui stesso diceva: «Quando dipingo non ho l’esatta percezione di ciò che sta avvenendo, solo dopo mi rendo conto di ciò che ho fatto…». (AAVV, 1995, pag.306)

 

GF - Negli anni trascorsi a New York, ho visitato il MoMA (Museum of Modern Art) una sola volta, all’inizio del 2002 in occasione di una grande retrospettiva su Giacometti. Ovviamente tutte le sale principali erano occupate dalla splendida mostra dedicata al grande scultore svizzero, e nelle poche altre non ancora ‘intaccate’ dai lavori di ampliamento del museo, una bella accozzaglia di storia dell’arte moderna, come solo gli americani possono fare: fra i soliti impressionisti vari, qualche Kandinsky giustapposto a uno Chagall, qualche Picasso ed un Boccioni, dei Magritte e dei Dalì, Lichtenstein o Wharol, qualche esasperante Mondrian... soliti deja vù.

Stanco e ‘confuso’ ho cercato riposo per la mente e per le ‘stanche membra’ su una panchina posta al centro di un grande open-space.

Alzando gli occhi, davanti a me, come in uno di quegli incontri predestinati, una tela di circa cinque metri di larghezza per quasi tre di altezza: un vero e proprio muro di colori spessi e violenti, isterici e apparentemente casuali. Era uno dei tre wall-size paintings che Pollok realizzò fra l’estate e l’autunno del 1950: One: Number 31, 1950. Oli e smalti confusi fra di loro in una danza impazzita di schizzi macchie e pennellate aeree, frutto sicuramente di una gestualità ricercata e raffinata, ma anche di un’inquietudine interiore irrisolta e irrisolvibile. Lo stupefacente risultato mi è sembrato quello di una tensione in equilibrio costante su un filo sospeso: un caos interiore che prende forma e trova armonia solo nei confini definiti della tela. L’armonia e l’equilibrio che il pittore non troverà mai nell’infinito dei sentimenti e della vita.

 

MM - Qui, l’opera d’arte è espressione di stati d’animo, l’esplosione di una pulsione interiore che non sempre si estrinseca secondo un predeterminato progetto, ma spesso segue quasi automaticamente un incontrollabile impulso del profondo. Per raggiungere tale fine è lo stesso Pollock a dire: «…non ho paura di fare cambiamenti, di distruggere l’immagine e così via perché il dipinto ha una sua vita propria che io cerco di far emergere. È solo quando perdo il contatto con l’opera, che il risultato è un disastro. Altrimenti c’è un armonia pura, un modo facile di dare e prendere e il dipinto viene fuori bene». (AA.VV., 1995, pag.307)

 

È la supremazia dell’atto inconscio, l’espressione libera e irrazionale dell’interiorità dell’artista che non vuole spiegare, ma solo esprimere e mostrare.

 

GF - Certo, c’è una differenza evidente sia dal punto di vista dell’approccio che del risultato finale fra colui che ‘pianifica’ la realizzazione della sua opera e chi, invece, fa del suo frugare interiore un movimento che coinvolge tutto il corpo e lo spazio circostante, divenendo fisicamente il mezzo che trasforma in opera d’arte ‘tangibile’ un sentimento od una sensazione irripetibile, attraverso un’empatia il cui rapporto con l’autore si esaurisce con la fine del lavoro stesso, ma che continua ad esprimere pathos in una danza interminabile nell’incontro senza tempo ed al di là dei luoghi con chi ne sarà futuro spettatore.

 

MM - Ecco che balza fuori quell’intimo rapporto che lega l’artista alla sua creazione: legame profondo, sotteso, che alle volte non permette all’osservatore una comprensione reale dell’opera e dei suoi intenti, ma ne trarrà un suo significato, proverà un’emozione differente, considererà bello un dipinto piuttosto che un altro.

Questo è il vero fascino, l’incanto dell’Arte: l’estrema soggettività che non preclude l’oggettività, la libertà nell’esprimere ma anche nel percepire e nell’interpretare.

 

GF – In realtà, al di là di queste opere grandiose, non ho mai particolarmente amato ne’ Pollok ne’ la pittura americana seguente, ma il trovarmi faccia a faccia con il wall-size painting e poterne sentire la forza, perdendomi per dei minuti infiniti in infiniti gesti, ha contribuito sicuramente a mutare il mio giudizio complessivo su questo artista.

Purtroppo, però, l’espressionismo astratto, ed in particolar modo l’action painting di Pollock, che ha trovato proprio nel gesto la sua poetica, hanno contribuito notevolmente ad alimentare il luogo comune che l’inquietudine, la disperazione, la rabbia ecc. siano i soli sentimenti in grado di scatenare quella forza segnica capace di esprimere ed imprimere sulla tela la più profonda interiorità dell’artista.

Ma esiste anche un’altra gestualità, quella leggera dell’animo sereno....

 

MM - Mi viene in mente quanto espresso da Friedrich Wilhelm Schelling riguardo l’arte e l’artista : «…solo un sapere intuitivo, l’arte, può cogliere l’identità di soggettivo e oggettivo, un’unità che nell’attività creatrice è vissuta concretamente. Il genio artistico è infatti creatore, è l’intelligenza…egli esprime cose che non comprende compiutamente, cose che hanno un senso infinito; e il fatto che il soggetto che contempla l’opera d’arte non sappia distinguere se l’infinito sia in esso o in se stesso, manifesta concretamente l’identificazione di  Io e non Io».(Schelling, 1997, pag.226-227)

 

GF - È il senso infinito della bellezza che oggi più che mai l’arte dovrebbe essere capace di mostrare, di-mostrando al mondo che non è solo il peggio dell’uomo ad essere degno di essere rappresentato.

C’è sempre più bisogno di purezza e di artisti che con le loro opere, attraverso i loro sentimenti, ricordino all’umanità che è a questo che bisogna tendere, quotidianamente.

Non è necessario, quindi, a questo fine che l’arte denunci o interpreti il suo tempo, ingrato e desueto compito che spesso le si attribuisce, svilendola sullo stesso piano di un qualsiasi mass-media; come non è necessario che metta in scena i nostri tormenti interiori che egocentristicamente presumiamo possano servire al mondo: non è di questo che abbiamo bisogno, ma di gesti che ci indichino un percorso infinito nei giardini della bellezza attraverso il quale ritrovare il piacere di viverne circondati, sotto avvolgenti piogge di stelle.

Gli artisti non devono essere dubbi cronisti di se stessi, capaci soltanto di rappresentare inquietanti periferie suburbane, in cui peraltro siamo già costretti a vivere. Il gesto dell’artista del nuovo millennio è quello sicuro dell’eroe che crea per abbellire il mondo dell’anima e del corpo: il novello Don Chicotte che lotta contro la sordida ignoranza che crea grigie periferie interiori e le attraversa con i suoi cavalli e le sue ‘gesta’, trasformando le piazze e i quartieri della nostra anima in sfondi viventi dove collocare un’arte che sia estetica ed equilibrio e che trasmetta attraverso il suo continuo movimento l’equilibrio che forse il mondo sta dimenticando.