MM -
Molto spesso si cerca di rendere razionale ciò
che non lo è, di dare spiegazioni,
di restituire
un senso logico a cose e
persone, di racchiuderle in stereotipi che
poi ci si porta dentro
per il resto della vita.
Ma come è
possibile allora spiegare un concetto così complesso come
Arte
o
personalità poliedriche come quelle di
alcuni artisti?
Probabilmente se non mi fossi soffermata a
pensarci, avrei continuato
a cercare di comprendere un’opera
semplicemente collegandola ad un contesto storico-politico-sociale e
ad una corrente artistica che con una parola (talvolta due),
come un banale contenitore
pretenda
di inglobare artisti e creazioni estremamente complesse.
Poi osservando le opere di ‘geni’ quali Jackson
Pollock, Willem De Kooning, Franz Kline, Mark Rothko, mi sono resa
conto che c’è molto di più…e questo qualcosa in più è la
libertà del gesto creativo.
Quando per
la prima volta ho visto un’immagine di
Pollock intento a dipingere
Autumn Rhytm (1950), chinato su quella tela, in uno stato
di trance, mentre lascia sgocciolare il colore talvolta dal
pennello, talvolta direttamente dal barattolo, ho pensato: “che
stato di grazia, che carica di energia!!!”. Lui stesso diceva:
«Quando dipingo non ho l’esatta percezione
di ciò che sta avvenendo, solo dopo mi rendo conto di ciò che ho
fatto…». (AAVV, 1995, pag.306)
GF - Negli anni trascorsi a New York, ho visitato
il MoMA (Museum of Modern Art) una sola volta, all’inizio del 2002
in occasione di una grande retrospettiva su Giacometti. Ovviamente
tutte le sale principali erano occupate dalla splendida mostra
dedicata al grande scultore svizzero, e nelle poche altre non ancora
‘intaccate’ dai lavori di ampliamento del museo, una bella
accozzaglia di storia dell’arte moderna,
come solo gli americani possono fare: fra i soliti impressionisti
vari, qualche Kandinsky giustapposto a uno Chagall, qualche Picasso
ed un Boccioni, dei Magritte e dei Dalì, Lichtenstein o Wharol,
qualche esasperante Mondrian... soliti deja vù.
Stanco e ‘confuso’ ho cercato riposo per la mente e
per le ‘stanche membra’ su una panchina posta al centro di un grande
open-space.
Alzando gli occhi, davanti a me, come in uno di
quegli incontri predestinati, una tela di circa cinque metri di
larghezza per quasi tre di altezza: un vero e proprio muro di colori
spessi e violenti, isterici e apparentemente casuali. Era uno dei
tre
wall-size paintings che Pollok realizzò fra
l’estate e l’autunno del 1950: One: Number 31, 1950. Oli e
smalti confusi fra di loro in una danza impazzita di schizzi macchie
e pennellate aeree, frutto sicuramente
di una gestualità ricercata e raffinata, ma anche di un’inquietudine
interiore irrisolta e irrisolvibile. Lo stupefacente risultato mi è
sembrato quello di una tensione in equilibrio costante su un filo
sospeso: un caos interiore che prende forma e trova armonia solo nei
confini definiti della tela. L’armonia e l’equilibrio che il pittore
non troverà mai nell’infinito dei sentimenti e della vita.
MM
- Qui, l’opera d’arte è espressione di stati
d’animo, l’esplosione di una pulsione interiore che
non sempre
si estrinseca secondo un predeterminato progetto,
ma spesso
segue quasi automaticamente un incontrollabile impulso del profondo.
Per raggiungere tale fine è lo stesso Pollock a dire: «…non ho paura
di fare cambiamenti, di distruggere l’immagine e così via perché il
dipinto ha una sua vita propria che io cerco di far emergere. È solo
quando perdo il contatto con l’opera, che il risultato è un
disastro. Altrimenti c’è un armonia pura, un modo facile di dare e
prendere e il dipinto viene fuori bene». (AA.VV., 1995, pag.307)
È la supremazia dell’atto
inconscio, l’espressione libera e
irrazionale dell’interiorità dell’artista che non vuole spiegare, ma
solo esprimere e mostrare.
GF - Certo, c’è una
differenza evidente sia dal punto di vista dell’approccio che del
risultato finale fra colui che ‘pianifica’ la realizzazione della
sua opera e chi, invece, fa del suo frugare interiore un movimento
che coinvolge tutto il corpo e lo spazio circostante, divenendo
fisicamente il mezzo che trasforma in opera d’arte ‘tangibile’ un
sentimento od una sensazione irripetibile, attraverso un’empatia il
cui rapporto con l’autore si esaurisce con la fine del lavoro
stesso, ma che continua ad esprimere pathos in una danza
interminabile nell’incontro senza tempo ed al di là dei luoghi con
chi ne sarà futuro spettatore.
MM - Ecco che balza fuori quell’intimo rapporto
che lega l’artista alla sua creazione: legame profondo,
sotteso, che alle volte non permette all’osservatore una
comprensione reale dell’opera e dei suoi intenti, ma ne trarrà un
suo significato, proverà un’emozione differente, considererà
bello un dipinto piuttosto che un
altro.
Questo è il vero fascino, l’incanto
dell’Arte: l’estrema soggettività che non preclude l’oggettività, la
libertà nell’esprimere ma anche nel percepire e nell’interpretare.
GF – In realtà, al di là di queste opere
grandiose, non ho mai particolarmente amato ne’ Pollok ne’ la
pittura americana seguente, ma il trovarmi faccia a faccia
con il wall-size painting e poterne
sentire la forza, perdendomi per dei minuti
infiniti in infiniti gesti, ha contribuito sicuramente a mutare il
mio giudizio complessivo su questo artista.
Purtroppo, però, l’espressionismo
astratto, ed in particolar modo l’action painting di
Pollock, che ha trovato proprio nel gesto la sua poetica, hanno
contribuito notevolmente ad alimentare il luogo comune che
l’inquietudine, la disperazione, la rabbia ecc. siano i soli
sentimenti in grado di scatenare quella forza segnica
capace di esprimere ed imprimere sulla tela la più profonda
interiorità dell’artista.
Ma esiste anche un’altra gestualità,
quella leggera dell’animo sereno....
MM - Mi viene in mente
quanto espresso da Friedrich Wilhelm Schelling riguardo l’arte e
l’artista : «…solo un sapere intuitivo, l’arte, può cogliere
l’identità di soggettivo e oggettivo, un’unità che nell’attività
creatrice è vissuta concretamente. Il genio artistico è infatti
creatore, è l’intelligenza…egli esprime cose che non comprende
compiutamente, cose che hanno un senso infinito; e il fatto che il
soggetto che contempla l’opera d’arte non sappia distinguere se
l’infinito sia in esso o in se stesso, manifesta concretamente
l’identificazione di Io e non Io».(Schelling, 1997, pag.226-227)
GF - È il senso infinito della bellezza
che oggi più che mai l’arte dovrebbe essere capace di
mostrare, di-mostrando al mondo che
non è solo il peggio dell’uomo ad essere degno di essere
rappresentato.
C’è sempre più bisogno di purezza e
di artisti che con le loro opere, attraverso i loro sentimenti,
ricordino all’umanità che è a questo che bisogna tendere,
quotidianamente.
Non è necessario, quindi, a questo fine che l’arte
denunci o interpreti il suo tempo, ingrato e desueto compito che
spesso le si attribuisce, svilendola sullo stesso piano di un
qualsiasi mass-media; come non è necessario che metta in scena i
nostri tormenti interiori che egocentristicamente presumiamo possano
servire al mondo: non è di questo che abbiamo bisogno, ma di gesti
che ci indichino un percorso infinito nei giardini della bellezza
attraverso il quale ritrovare il piacere di viverne circondati,
sotto avvolgenti
piogge di
stelle.
Gli artisti non devono essere dubbi cronisti di se
stessi, capaci soltanto di rappresentare inquietanti periferie
suburbane, in cui peraltro siamo già costretti a vivere. Il gesto
dell’artista del nuovo millennio è quello sicuro dell’eroe che crea
per abbellire il mondo dell’anima e del corpo: il novello Don
Chicotte che lotta contro la sordida ignoranza che crea grigie
periferie interiori e le attraversa con i suoi cavalli e le sue ‘gesta’,
trasformando le piazze e i quartieri della nostra anima in sfondi
viventi dove collocare
un’arte che sia estetica ed equilibrio e che trasmetta attraverso il
suo continuo movimento l’equilibrio che forse il mondo sta
dimenticando.