L'Acqua anima mundi che scorre di Gino Fienga
 

 

 

...siamo acqua che scorre tra le fenditure della vita,
gettati nel mondo per generare l’idea...
M. G
.

   

Sommario n.2

con-

L'acqua anima mundi che scorre

Gino Fienga, pag.6

trascolorare

Il topos dell'acqua che scorre

Giuseppe Di Bella, pag. 8

ondesonore

Nel fluire...

Luciana Ricci Aliotta, pag.11
acquasacra

Il racconto della tradizione fra sacro e profano

Francesca Camisa, pag.12
artenegra

L’estetica primitiva e l’arte moderna

La chiave per una nuova ricerca interiore

Chiara Presepi, pag.14
passeurs

Tonino Guerra.

Un percorso nascosta.

Celeste Borraccino, pag.13

Alessandro Papetti.

Il colore dell'acqua.

Chiara Presepi, pag. 20

- sinestetica -

divagazioni
Dalle Georgiche di Virgilio
Mario Ricci, pag. 24
narciso

Dall'acqua della vita all'acqua della morte.

Pippo Lombardo, pag.26
artéteca

In aqua salus

Miranda Miranda, pag.27
in margine

...Parafrasando una sorgente...

Francesca Conti, pag.30

chiaroscuro

Ombre Invisibili.

Manuela Gargiulo, pag.32
-fine

Lago Negro.

Quando l'acqua rimesta il torbido di un non vissuto.

Vincenzo Aiello, pag.34

 

 

Negli anni dell’adolescenza amavo (come molti, a quell’età) passeggiare liberamente sotto la pioggia.

Ma, al di là di uno stupido gesto anticonformista, cercavo un più profondo legame con qualcosa che è parte di noi, che ci tiene in vita, che vive dentro di noi.

Quell’acqua che sentivo filtrare attraverso i vestiti la pelle le ossa, mi metteva in relazione profonda con i muri di tufo e i giardini che mi circondavano carichi di umori, con la terra che calpestavo, con il cielo che la mandava.

Cercavo di sentirmi parte di questo ciclo eterno e avrei voluto seguirne il viaggio scomparendo in quei rigagnoli che si formavano fra i basoli sotto i miei piedi. Mi sarei lasciato assorbire dalle piante diventando loro nutrimento o evaporando da una pozzanghera di ritrovata quiete allo spuntare del nuovo sole. Avrei viaggiato ancora tra le nubi che prima o poi mi avrebbero risbattuto in un torrente e poi in un fiume e poi in mare, nella riunione eterna, nel ritorno all’indifferenziazione, nell’accesso al Nirvana. Avrei volato ancora con le nubi, evaporando dalla massa salata, ritornando al Principio, e poi giù ad infiltrarmi nel sottosuolo per alimentare la gigantesca spugna terrena e rifornire i pozzi e gli acquedotti degli umani. Bevuto o usato, scaricato nei meandri di mille percorsi fognari tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri, di nuovo in mare, abusivo e inquinante fra bagnanti ignari, per poi evaporare di nuovo e piovere ancora su di me e sui miei pensieri in una notte di pioggia senza gusto ne’ colore.  

Siamo acqua che scorre, nasciamo da acqua che scorre.

L’acqua è l’arché, il liquido amniotico che genera tutte le cose. La corrente delle acque è la corrente della vita e della morte che sgorga dalla Palude della Memoria, sorgente della conoscenza, luogo sacro del sapere.  

Ma da bravi figli dell’epoca nuova non rispettiamo la nostra genitrice e ne facciamo scempio, spreco, lasciandola spesso agonizzare in letti luridi e spogli.

Ogni anno muoiono oltre due milioni di persone per malattie causate da acqua inquinata, abusata soprattutto da ‘noi occidentali’, da ‘noi del nord del mondo’ che ne stiamo sottovalutando o, addirittura, dimenticando il valore.

Non ne perdono la memoria certo i nomadi del deserto, capaci di lavarsi completamente con il contenuto di una sola bottiglia.

Nel nostro quotidiano gli sprechi sono divenuti la prassi, la disattenzione e l’indifferenza un’attitudine.

In un futuro non tanto remoto (circa vent’anni) la quantità media di acqua disponibile procapite diminuirà di un terzo rispetto ad oggi, e questo concorrerà ad appesantire il bilancio della fame nel mondo.

Ma a chi importa?

Chi rinuncia al consumismo di lavastovoglie lavatrici autolavaggi pluriquotidiani? A chi interessa (salvando l’impegno di alcuni ambientalisti e di chi si sforza di vivere la sua vita in maniera ‘etica’) come risparmiare? E di modi ce ne sarebbero tanti…

Mi venne di pensare a mia madre, con i capelli dentro il fazzoletto blu. Pur con l’acqua corrente in cucina ne adoperava poca in ricordo della scarsità. Ci sono dei risparmi che si radicano nei gesti e quando non sono più necessari lasciano una misura esatta come una regola. Le tenevo compagnia dopo il pasto mentre rigovernava in cucina, aprendo e chiudendo il rubinetto innumerevoli volte, mai lasciando scorrere a vuoto. (Erri De Luca, Aceto, Arcobaleno, Feltrinelli, 1992) 

Ci stiamo sradicando dalla misura, dai ricordi, dal passato. Eppure discendiamo da culture che hanno sempre avuto reverenzialità nei confronti dell’acqua.

La sacralizzazione delle sorgenti era un valore universale fra i popoli antichi poiché da esse scaturisce l’acqua viva, l’acqua vergine da cui si realizza la prima rivelazione della materia cosmica fondamentale che garantisce la fecondazione e la crescita della specie. L’acqua viva che esse versano è, come la pioggia, il sangue divino, il seme del cielo. È un simbolo della maternità, ma di una maternità anche interiore, un’immagine dell’anima in quanto origine dell’energia spirituale.

Anche la pioggia, quindi, è fecondatrice del suolo, sperma della vegetazione che ha bisogno di essa per crescere, ma come simbolo delle influenze celesti sulla terra: Dio manda un angelo in ogni goccia di pioggia (Islam).

Acqua che puniva attraverso i diluvi, acqua che premiava e che dava nutrimento. Acqua che non aveva ancora visto disboscamenti e canalizzazioni forzate, acqua che scorreva in superficie con la necessaria lentezza. Acqua che proteggeva il territorio, acqua ignara dell’ignoranza dell’uomo moderno dalla sensibilità cementificata. Non c’è più posto per gli Angeli fra le aiuole spoglie delle lottizzazioni e delle speculazioni edilizie.

Purtroppo qualcosa sembra essersi incrinato nell’armonia idrogeologica del pianeta e nel rapporto uomo-natura e, probabilmente si è varcata la soglia del non ritorno. Tragedie come quella del Vajont o di Sarno ne sono la prova. E la colpa non è della pioggia, ma solo dell’uomo.

E l’Arte?

È fatta da uomini e purtroppo spesso ne subisce i limiti, rimanendo nella maggior parte dei casi a guardare, o sterilmente riducendosi a denunciare e riprodurre ciò che è sotto gli occhi di tutti. Salvo rinchiudersi addirittura in una cinica estetica indifferenza.

È forse vero, come sostengono alcuni, che nell’arte contemporanea è il dolore la fonte primaria di ispirazione dell’artista, incapace di proporre felicità, ma solo disagio.

Ma parafrasando Esiodo potremmo dire che l’Arte è l’acqua del fiume dal corso eterno e chi lo attraversa senza purificare le mani dal male di cui esse sono macchiate, attira su di sé la collera degli dei.

Sarebbe, allora, il momento che l’Artista imparasse a risolvere dentro le sue paure, restituendo al mondo certezze etiche ed estetiche, sollevandolo dalla precarietà di un’esistenza priva di valori: l’Arte, fiume purificato dagli scarichi, vero farmaco, dono celeste per gli occhi, come l’acqua capace di sciogliere con pazienza qualsiasi sostanza, scorra sulle colpe e sulle brutture purificando e operando una rinascita dall’arte, per sfociare nel mare del rinascimento delle idee e delle esperienze.

Lo scorrere delle acque è lo scorrere delle forme che deve essere capace di rendersi veicolo di contenuti etici non inquinati, riuscendo a mantenere una inequivocabile trasparenza e una freschezza tale da farsi portatrice di una nuova concezione che rimuova l’uomo dal suo ‘centro’ e restituisca una visione policentrica della realtà, superando i suoi stessi limiti culturali.

L’Arte quindi deve esprimere posizioni morali esplicite che non parlino solo di noi stessi a noi stessi, in un continuo e autoreferenziale antropocentrismo, ma che abbiano in un nuovo sistema etico-estetico, una visione cosmica della realtà. Pena la sua stessa dignità di esistere.

 Gino Fienga