Negli anni
dell’adolescenza amavo (come molti, a quell’età) passeggiare
liberamente sotto la pioggia.
Ma, al di là di uno
stupido gesto anticonformista, cercavo un più profondo legame
con qualcosa che è parte di noi, che ci tiene in vita, che vive
dentro di noi.
Quell’acqua che
sentivo filtrare attraverso i vestiti la pelle le ossa, mi metteva
in relazione profonda con i muri di tufo e i giardini che mi
circondavano carichi di umori, con la terra che calpestavo, con il
cielo che la mandava.
Cercavo di sentirmi
parte di questo ciclo eterno e avrei voluto seguirne il viaggio
scomparendo in quei rigagnoli che si formavano fra i basoli
sotto i miei piedi. Mi sarei lasciato assorbire dalle piante
diventando loro nutrimento o evaporando da una pozzanghera di
ritrovata quiete allo spuntare del nuovo sole. Avrei viaggiato
ancora tra le nubi che prima o poi mi avrebbero risbattuto in un
torrente e poi in un fiume e poi in mare, nella riunione eterna, nel
ritorno all’indifferenziazione, nell’accesso al Nirvana. Avrei
volato ancora con le nubi, evaporando dalla massa salata, ritornando
al Principio, e poi giù ad infiltrarmi nel sottosuolo per alimentare
la gigantesca spugna terrena e rifornire i pozzi e gli acquedotti
degli umani. Bevuto o usato, scaricato nei meandri di mille percorsi
fognari tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri, di
nuovo in mare, abusivo e inquinante fra bagnanti ignari, per poi
evaporare di nuovo e piovere ancora su di me e sui miei pensieri in
una notte di pioggia senza gusto ne’ colore.
Siamo acqua che scorre,
nasciamo da acqua che scorre.
L’acqua è l’arché,
il liquido amniotico che genera tutte le cose. La corrente delle
acque è la corrente della vita e della morte che sgorga dalla
Palude della Memoria, sorgente della conoscenza, luogo sacro del
sapere.
Ma da bravi
figli dell’epoca nuova non rispettiamo la nostra genitrice e
ne facciamo scempio, spreco, lasciandola spesso agonizzare in letti
luridi e spogli.
Ogni anno muoiono
oltre due milioni di persone per malattie causate da acqua
inquinata, abusata soprattutto da ‘noi occidentali’, da ‘noi del
nord del mondo’ che ne stiamo sottovalutando o, addirittura,
dimenticando il valore.
Non ne perdono la
memoria certo i nomadi del deserto, capaci di lavarsi completamente
con il contenuto di una sola bottiglia.
Nel nostro
quotidiano gli sprechi sono divenuti la prassi, la disattenzione e
l’indifferenza un’attitudine.
In un futuro non
tanto remoto (circa vent’anni) la quantità media di acqua
disponibile procapite diminuirà di un terzo rispetto ad oggi, e
questo concorrerà ad appesantire il bilancio della fame nel mondo.
Ma a chi importa?
Chi rinuncia al
consumismo di lavastovoglie lavatrici autolavaggi pluriquotidiani? A
chi interessa (salvando l’impegno di alcuni ambientalisti e di chi
si sforza di vivere la sua vita in maniera ‘etica’) come
risparmiare? E di modi ce ne sarebbero tanti…
Mi venne di pensare a
mia madre, con i capelli dentro il fazzoletto blu. Pur con l’acqua
corrente in cucina ne adoperava poca in ricordo della scarsità. Ci
sono dei risparmi che si radicano nei gesti e quando non sono più
necessari lasciano una misura esatta come una regola. Le tenevo
compagnia dopo il pasto mentre rigovernava in cucina, aprendo e
chiudendo il rubinetto innumerevoli volte, mai lasciando scorrere a
vuoto. (Erri De Luca, Aceto, Arcobaleno, Feltrinelli, 1992)
Ci stiamo sradicando
dalla misura, dai ricordi, dal passato. Eppure discendiamo da
culture che hanno sempre avuto reverenzialità nei confronti
dell’acqua.
La sacralizzazione
delle sorgenti era un valore universale fra i popoli antichi poiché
da esse scaturisce l’acqua viva, l’acqua vergine da
cui si realizza la prima rivelazione della materia cosmica
fondamentale che garantisce la fecondazione e la crescita della
specie. L’acqua viva che esse versano è, come la pioggia, il sangue
divino, il seme del cielo. È un simbolo della maternità, ma di una
maternità anche interiore, un’immagine dell’anima in quanto origine
dell’energia spirituale.
Anche la pioggia,
quindi, è fecondatrice del suolo, sperma della vegetazione che ha
bisogno di essa per crescere, ma come simbolo delle influenze
celesti sulla terra: Dio manda un angelo in ogni goccia di
pioggia (Islam).
Acqua che puniva
attraverso i diluvi, acqua che premiava e che dava nutrimento. Acqua
che non aveva ancora visto disboscamenti e canalizzazioni forzate,
acqua che scorreva in superficie con la necessaria lentezza. Acqua
che proteggeva il territorio, acqua ignara dell’ignoranza dell’uomo
moderno dalla sensibilità cementificata. Non c’è più posto per gli
Angeli fra le aiuole spoglie delle lottizzazioni e delle
speculazioni edilizie.
Purtroppo qualcosa
sembra essersi incrinato nell’armonia idrogeologica del pianeta e
nel rapporto uomo-natura e, probabilmente si è varcata la soglia del
non ritorno. Tragedie come quella del Vajont o di Sarno ne sono la
prova. E la colpa non è della pioggia, ma solo dell’uomo.
E l’Arte?
È fatta da uomini e
purtroppo spesso ne subisce i limiti, rimanendo nella maggior parte
dei casi a guardare, o sterilmente riducendosi a denunciare e
riprodurre ciò che è sotto gli occhi di tutti. Salvo rinchiudersi
addirittura in una cinica estetica indifferenza.
È forse vero, come
sostengono alcuni, che nell’arte contemporanea è il dolore la
fonte primaria di ispirazione dell’artista, incapace di proporre
felicità, ma solo disagio.
Ma parafrasando
Esiodo potremmo dire che l’Arte è l’acqua del fiume dal corso eterno
e chi lo attraversa senza purificare le mani dal male di cui esse
sono macchiate, attira su di sé la collera degli dei.
Sarebbe, allora, il
momento che l’Artista imparasse a risolvere dentro le sue
paure, restituendo al mondo certezze etiche ed estetiche,
sollevandolo dalla precarietà di un’esistenza priva di valori:
l’Arte, fiume purificato dagli scarichi, vero farmaco, dono
celeste per gli occhi, come l’acqua capace di sciogliere con
pazienza qualsiasi sostanza, scorra sulle colpe e sulle brutture
purificando e operando una rinascita dall’arte, per sfociare
nel mare del rinascimento delle idee e delle esperienze.
Lo scorrere delle
acque è lo scorrere delle forme che deve essere capace di rendersi
veicolo di contenuti etici non inquinati, riuscendo a mantenere una
inequivocabile trasparenza e una freschezza tale da farsi portatrice
di una nuova concezione che rimuova l’uomo dal suo ‘centro’ e
restituisca una visione policentrica della realtà, superando i suoi
stessi limiti culturali.
L’Arte quindi deve
esprimere posizioni morali esplicite che non parlino solo di noi
stessi a noi stessi, in un continuo e autoreferenziale
antropocentrismo, ma che abbiano in un nuovo sistema etico-estetico,
una visione cosmica della realtà. Pena la sua stessa dignità di
esistere.
Gino Fienga