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Sommario n.1 |
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con- |
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Il Manifesto strappato del confine
Gino Fienga, pag.6 |
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metafore |
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Il sorriso della Gioconda.
Luciana Ricci Aliotta, pag. 8 |
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contra-stare |
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Tra l’altro ieri, l’ieri e l’oggi.
Giuseppe Di Bella, pag.9 |
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sulla linea |
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Il gioco delle identità.
Francesca Camisa, pag.12 |
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artenegra |
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L’estetica primitiva e l’arte moderna
La chiave per una nuova ricerca interiore
Chiara Presepi, pag.14 |
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passeurs |
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Vito Tongiani.
Et in Arcadia Ego
Gino Fienga, pag.17 |
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Antonio Vinciguerra.
Un neometafisico in terra labronica.
Giuseppe Vannucci, pag. 22 |
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sinestetica - |
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quid |
Al confine del
Monte Parnaso
Pippo Lombardo, pag. 26 |
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ri-letture |
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La Steppa e Siberia.
Due mondi
estremamente simili.
Mario Ricci, pag.28 |
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La linea d’ombra del 1956
Una storia al confine della giovinezza.
Vincenzo Aiello, pag. 29 |
| in
margine |
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Sul confine della parola.
Il tempo e le sue trasformazioni.
Francesca Conti, pag.30 |
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chiaroscuro |
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Impressioni sul tempo che torna.
Giuseppe Di Bella e Danilo Margio, pag.32 |
| -fine |
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Dentro e fuori il corpo.
La forza simbolica della fisicità
Manuela Gargiulo, pag.34 |
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Sono passati molti anni, ormai, da
quando, giovane fra giovani ambientalisti all’arrembaggio di una piccola società sorda alle grida
d’allarme per il degrado culturale e materiale incalzante, spendevamo i
nostri giorni a cercare teorie di cui essere epigoni, parole da fare
nostre e da tenere in serbo come frecce nelle nostre piccole faretre.
Fra tutte quelle scoccate, spesso a
vuoto, qualche volta più vicino al cuore della nostra gente, ce ne sono
alcune in particolare che continuo a forgiare e a portare con me ovunque
io vada, ovunque ci sia da parlare, da scrivere, da spiegare.
Sono le parole rimaste nell’aria in un
incontro che organizzammo nella piccola sala consiliare del Comune di
Meta e che chiunque può trovare
nero su bianco in un libricino
incredibilmente denso di saggezza qual è Il Pensiero Meridiano di
Franco Cassano.
Ed è proprio da quei pensieri e da
quelle pagine che vogliamo ripartire:
da un pensiero meridiano applicato all’arte come sintesi di quei valori
che l’arte stessa, e gli artisti dovrebbero impugnare, riconquistando la
dignità di soggetti del pensiero creativo, riscattandosi dalla
condizione di oggetto passivo del pensiero mercanteggiante o di
chi mestierante di parole, trova senso, previo compenso, dove un senso
davvero non c’è.
Parafrasando Cassano,
mercificare stanca.
Ed è proprio la mercificazione e la
modernizzazione sterile che stanno facendo del mondo dell’arte un
contenitore di contenitori usa e getta, un prodotto della corsa feroce
di una società che pensa di avere tutto e che ritiene se stessa la
quintessenza della compiutezza. Anche questo è un pericoloso
fondamentalismo, perché tenta di nascondere la memoria e tratta la
diversità come un male da
debellare. Quello dell’arte rischia di diventare (se non lo è già) un
mondo sedicente, capace di guardare solo a se stesso e alle proprie smanie
di contemporaneità.
Rompere i canoni non implica
necessariamente allontanare l’arte dalla vita, dalla storia, dalla
realtà
Quando negli anni ‘60 artisti come Hains
e i suoi compagni del Nouveau Réalisme combattevano la loro battaglia
contro la dittatura
dell’informale strappavano i manifesti dai muri di Parigi per avere
nelle loro opere frammenti del quotidiano, oggetti del vissuto: un
contatto materiale con il mondo che abbiamo intorno.
Oggi la multimedialità sta allontanando
spaventosamente il lavoro dell’artista dalla
manualità della creazione da un lato,
e dalla realtà che viene sempre di più alienata o psichedelizzata
dall’altro; e la critica, che dovrebbe fare da tramite fra la
dimensione artistica e il resto del mondo, si perde
nell’autocompiacimento di discorsi farraginosi e incomprensibili che non
servono ad altro se non a mascherare l’inutilità e la vacuità dei
contenuti di cui si assume l’onere della prova, divaricando sempre più
il valico che si è venuto a creare fra gli artisti e il loro pubblico.
Il
confine su cui vogliamo intraprendere
questo nostro cammino, invece, è il luogo del contatto, la linea che
unifica e non contrappone, un punto in cui la prima parte della
parola con prevalga sulla seconda fine che perde la sua
connotazione limitativa e si trasforma in scopo.
La strada di
con-fine si muove, quindi, sul fragile perimetro dell’etica, cercando
nelle arti visive, insieme al rapporto con le arti altre il
sottile filo da non spezzare con la tradizione nonché il legame
morale con la società e il mondo con cui vanno ad interagire.
Filo conduttore, quindi, un rapporto
costante fra etica ed estetica, tornando a ricercare e a parlare del
bello: non di quella bellezza effimera che fa dell’arte un semplice
soprammobile per addobbare luoghi dell’apparenza, ma con l’occhio e la
penna vigili a contenuti veri, positivi e pro-positivi, che siano guida
e necessario avamposto ad un necessario rinascimento delle idee e non
più soltanto banale reportage di immagini che ci già attanagliano ormai
sparate incessantemente da ogni cannone mediatico.
L’artista sarà il
passeur che ci traghetterà da una
sponda all’altra di questo fiume, il passatore che clandestinamente ci
guiderà nel difficile percorso attraverso questa sottile linea gotica,
per sfuggire al bombardamento di banalità di cui quotidianamente siamo
vittime.
Torniamo quindi a strappare dai muri
delle stanze del contemporaneo
gotha artistico i manifesti delle
false critiche dietro cui cercano riparo e restituiamo l’arte all’uomo,
alla natura, alla lentezza del pensiero meridiano dentro il quale trova
le sue origini e le sue fondamenta.
Gino Fienga
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