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Come ogni anno il numero di Giugno di con-fine è
dedicato ad una città dove la relazione fra il
fascino dei luoghi l’opera degli artisti che li
hanno vissuti è assolutamente originale e profondo.
Nell’anno che la rivista ha deciso di dedicare al
rapporto arte-ambiente, la presenza di una città
come Venezia assume sicuramente un significato più
rilevante. Facile sarebbe esaltare questa città come
il luogo della bellezza, della poesia e
dell’ispirazione artistica, e non si può negare che
lo sia e lo sia stato per artisti e scrittori,
viaggiatori curiosi, mercanti e conquistatori, ma
quello che oggi dobbiamo fare è cercare di
dimenticare l’aspetto romantico e riuscire a
guardare anche a ciò che si annida sotto la
luccicante facciata di splendore e di sogno.
Pertinenti a questo discorso sono i disegni di
Lorenzo Mattotti che fino a qualche mese fa sono
stati esposti alla Fondazione Bevilacqua-Masi.
Mattotti ci propone una Venezia lontana dalle
biacche e dai colori pastello con cui il vedutismo
settecentesco ha invaso il nostro immaginario
collettivo: la città diventa un luogo dove l’assenza
dell’uomo vive in un sogno in bianco e nero di
un’epoca post-industriale dove il colore, quando
appare, ci sorprende con tinte forti e inaspettate:
inchiostri arancio, verde, viola, acidi, macchie
accusatorie dei delitti dell’uomo.Un carnet di
viaggiatore, come quelli del tempo del Grand tour.
Ma qui è la Venezia di oggi che vediamo vivere nella
silenziosa e costante minaccia di disfacimento quasi
ormai costitutiva, nella solitudine di quelle calli
che sono fuori dai soliti circuiti turistici, nella
lontananza dai riflettori e dal chiasso del
palcoscenico di San Marco.
Le contraddizioni e le problematiche di questa città
attraversano quindi anche il lavoro degli artisti
che rimangono inevitabilmente impigliati nel fascino
e nelle impressioni, buone o cattive che siano,
della Serenissima. E l’aspetto che forse più di
tutti affascina è proprio quello del rapporto fra la
città e l’acqua.
E così l’architettura diventa fluida, l’arte si
lascia bagnare dall’acqua alta quasi come un
battesimo rituale (come accadde all’installazione di
Masuda Hiromi a Ca’ d’Oro), tutto ha una doppia
visione: quella reale e quella riflessa, come in uno
specchio deforme che in continuazione ne propone
un’interpretazione differente.
E così diventa una città intangibile, sommersa in se
stessa, che ci scivola via dalle mani nel momento in
cui tentiamo di possederla, una città in cui è solo
possibile immergersi per sentirne addosso la
fluidità, la delicatezza.
Una città che, però, non dimentichiamo è costretta a
immergersi in se stessa per lavarsi dalle offese e
dall’insostenibilità delle umiliazione che è
costretta a subire dall’ignoranza e
dall’insensibilità.
Anche noi, per una volta, con essa e con gli artisti
che ne hanno indagato i misteri, specchiamoci nelle
acque dei canali e cerchiamo il volto di noi stessi
che non abbiamo ancora conosciuto.
Potrebbe sembrare paradossale che nel parlare
artisticamente
di Venezia ci si dimentichi di citare la Biennale,
soprattutto nell’anno della sua ennesima edizione.
Ebbene, noi ce ne dimenticheremo.
E solo coloro che parola dopo parole, articolo dopo
articolo, avranno la pazienza di arrivare alla fine
di questo numero, potranno comprenderne le ragioni.
A chi vuol subito conoscerne il perchè rispondo
conVoltaire: “Laissez-moi cultiver mon jardin”.
Gino Fienga |