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Stamattina
mi trovavo a riflettere sulle azioni. E ho pensato che dal momento in cui ci sia
alza dal letto si va nel bagno, si esce, si fa colazione o viceversa, tutta la
teatralità insita nel nostro modo di muoverci, guardare, indossare gli occhiali,
rivela un certo mimetismo animale; da un lato, dall’altro è intriso di una
esondazione dello sguardo che innesca reazioni, movimenti introiettati
dall’arte. Dall’arte drammatica, appunto, dal cinema, dalla danza perfino, e
soprattutto dalla performance.
Performance: che in ognuna della categorie
sopracitate è già di per sé inclusa, eppure la specificazione di tale categoria
oggi, come ieri lascia perplessi. La mia performance di stamattina dal letto
all’ufficio, è la narrazione di una normalità, la regolarità della narrazione o
il suo flusso continuo e impercettibile che pure alcuni grandi registi, alcuni
grandi video-artisti hanno catalizzato in unici piani sequenza, lente e siderali
escursione nell’idea dell’atto. Eppure se pensiamo alle grandi performance o al
grande cinema quasi sempre ci troviamo di fronte gesta colossali, assolute,
potenti, evocative, simboliche, quasi mai il sedimentare lento dei particolari
viene intrappolato, senza sforare nell’eccentrico o nel monotono, difficile
riuscire a trovare un equilibrio. Come in One Hour Photo con Robin Williams, in
cui il maniaco si chiede perché nessuno fotografi la marmellata sul toast, o il
proprio lavandino, mentre sono proprio quelle le cose che fanno la nostra vita,
i mille momenti che costituiscono il nostro passare. Ora che qualcuno abbia
filmato il proprio lavandino, magari è anche successo, e non è che non se ne
potesse fare a meno, il punto è che l’ipertroficità e le iper-dimensioni del
narrato Hollywoodiano ormai permea anche il dettaglio più infinitesimale, contro
un cinema francese che è sempre stato minimo, atonale. Domani svegliandomi
potrei trovarmi a bere un caffè come Woody Allen, a guardarmi dall’esterno per
vedermi come un incallito lurido single d’accatto, un velo di barba, la luce
radente, sui Rayban, altro che Akira Kurosawa…
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