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Il Blog dell'Arte di con-fine
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Si
è riaperto ieri lo straordinario spazio dell’Hangar Bicocca di Milano, che per
l’occasione ha ospitato in un formidabile quintetto, le opere di Christian
Boltansky, Fausto Melotti, Carlos Casas, Stefano Boccalini e Anselm Kiefer (in
installazione permanente).
L’ingresso dello spazio cambia, già per la presenza dell’opera di Fausto Melotti,
opera installata nell’ingresso del giardino come cerniera, spiega Chiara Bertola,
fra il nostro passato culturale e la modernità, l’apertura al nuovo e
all’internazionalità che l’Hangar rappresenta. Nella parte laterale dell’esterno
invece l’ottimo intervento di Stefano Boccalini, colonnato fatto
di colonne caratterizzate dal Meltin pot, questo infatti il titolo
dell’opera, cioè tutte appartenenti a stili e culture diverse fra loro, colonne
che suggeriscono una naturale orchestrazione
di identità per portare avanti la fragilità preziosa del percorso artistico e
umano nella nostra epoca.
L’Hangar mostra fin da subito una chiara volontà: essere un luogo aperto e in
stretto legame con la città, col quartiere ormai storico e vissuto della
Bicocca, un luogo di incontro e collaborazione con quel mondo di giovani, di
studenti che ruotano attorno all’università.
Entrando abbiamo subito a sinistra il nuovo spazio dedicato all’editoria d’arte,
una vera e propria libreria gestita da Fabio Castelli, e a sinistra il bistrot, sala
ricreativa fornita di scaffale con le migliori riviste d’arte in consultazione.
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Si
crede Picasso, pubblicato dalla Mondadori (e da chi
altrimenti?) scritto dal più forte, politicamente scorretto, acuto scrittori
d’arte che L’Italia probabilmente possa vantare, cioè Francesco Bonami, è un
testo che sulle prima lascia profondamente perplessi, intendo se si è qualcosa
di più che semplici amatori o appassionati d’arte e si entra in qualche modo fra
le fila degli addetti ai lavori.
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Viene
da domandarsi in che modo la gestione di un grande spazio museale, cioè che
rappresenti anche una città e l’arte con una vicinanza e attenzione al tempo
della propria evoluzione, nonché del contesto europeo, per non dire
intercontinentale, cui dovrebbe un’istituzione culturale rendere con un senso di
identità forte e di alto profilo, possa invece farsi modesta peregrinazione nel,
pur dignitosissimo, percorso della solita provincia italiana. Da quando
Maraniello, grande amico di Oliva, è approdato al museo di Bologna, sembrava
davvero che una ventata di novità e di cambiamento dovesse investire l’intero
panorama nazionale con scelte coraggiose, di avanguardia o visto che questo
termine è ormai cassato da un’idea relazionale più forte di Zeitgeist,
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Nel con-fine
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Stamattina
mi trovavo a riflettere sulle azioni. E ho pensato che dal momento in cui ci sia
alza dal letto si va nel bagno, si esce, si fa colazione o viceversa, tutta la
teatralità insita nel nostro modo di muoverci, guardare, indossare gli occhiali,
rivela un certo mimetismo animale; da un lato, dall’altro è intriso di una
esondazione dello sguardo che innesca reazioni, movimenti introiettati
dall’arte. Dall’arte drammatica, appunto, dal cinema, dalla danza perfino, e
soprattutto dalla performance.
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ArtNews
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La
polemica sugli standard qualitativi nel nostro paese, sta ormai dilagando, dopo
anni che già imperversava sulle pagine e fra le parole dei maggiori esperti o
addetti del settore. Di recente, la questione è stata infervorata da un diatriba
tramite lettere avvenuta tra Silvia Evangelisti, curatrice di Art First a
Bologna e Giancarlo Politi, direttore ed editore di Flash Art da 40 anni.
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