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| Shirin Neshat : riflessione sul conflitto relazionale. |
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L’opera che il museo di Bologna ha è proposto è l’ultima produzione, che ha anche vinto il leone d’argento a Venezia per la migliore regia, Donne senza uomini, ambientata nell’Iran del 1953. La storia racconta attraverso le vite di quattro donne i cui destini convergono, la realtà tumultuosa e violenta del suo paese durante il colpo di stato che l’America ha appoggiato attraverso la CIA e che ha prodotto risultati storici di cui ancora il suo paese sconta le problematiche e i drammi conflittuali. Ma la regia di Neshat è davvero una opportunità per riflettere sulle modalità con cui l’eleganza può essere incisiva e coincidere con una forza comunicativa assoluta, disarmante. All’interno di una campagna edenica, un giardino senza caratteristiche da stereotipo orientale, nella purezza visiva del nulla, le quattro protagoniste vivono in un condizione di estraneità e di confidenza, di amichevole fiducia. In questo spazio libero trovano una indipendenza dal maschio che è esemplare, ma lo è senza urlare, e fa convergere le dinamiche psicologiche e sociali irrisolte soprattutto in una dimensione di riflessione. La condizione della donna secondo l’eminente sociologo francese Paul Debord la donna ha ormai introiettato una condizione di inferiorità nei confronti dell’uomo come presupposto naturale nell’ordine delle cose. In realtà, quando l’alterazione delle norme sociali decade, per uno stato di extra-ordinarietà come nel film in questione, emerge l’arbitrarietà di tali rigide regole non scritte, di cui pure la regista riconosce la momentanea necessità sociale, da cui antropologicamente bisogna liberarsi con il controllo e la potenza del dialogo. E’ un opera di grande respiro intellettuale e di perfezione formale questa della Neshat e il risvolto politico che lo attraversa ne fa specchio fulminante del suo tempo e del nostro tempo incontrovertibilmente compromesso da conflitti relazionali oltre che internazionali. |




Si è svolta sabato sera al MAMbo la proiezione del film della grande artista iraniana Shirin Neshat (Qazvin, Iran, 1957), la cui grandezza si è imposta nel mondo delle arti visuali in senso specifico, attraverso le sue opere filmiche di alto valore sociale e politico, preganti di responsabilità ma anche di nitore poetico. 
