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Si crede Picasso PDF Stampa E-mail
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BLOGGARTE - Articoli

 

Si crede Picasso, pubblicato dalla Mondadori (e da chi altrimenti?) scritto dal più forte, politicamente scorretto, acuto scrittori d’arte che L’Italia probabilmente possa vantare, cioè Francesco Bonami, è un testo che sulle prima lascia profondamente perplessi, intendo se si è qualcosa di più che semplici amatori o appassionati d’arte e si entra in qualche modo fra le fila degli addetti ai lavori. Lo stile di Bonami sempre fresco, tagliente, veloce, è rispetto a sue pubblicazioni precedenti molto diverso, provocatorio, ma sornione, irriverente ma giocoso, insomma tenta di ammaliare sicuramente anche una fetta di lettori più ampia dei soliti quattro gatti, parlando tranquillamente di Bourgeois, Hirst e Cattelan e facendo di questa distinzione, fra veri e falsi artisti, un dentro-fuori tra chi sia un falso artista e riesca a crederlo, facendolo credere agli altri e chi invece è un vero artista, suddividendo ulteriormente queste categorie in “falsi artisti buoni, bravi” e falsi artisti mediocri – il massimo della sfiga -  come tra “veri artisti bravi”  e “veri artisti mediocri” , adducendo poi una ulteriore disamina di separazione quasi di addolcimento data dal fatto che magari anche un falso artista può produrre opere vere, opere che tuttavia non avranno un’anima. Ma perché questo libro lascia perplessi, forse anche ad una seconda lettura, ammesso che c’è ne sia bisogno? Perché non si riesce bene a capire chi dovrebbero essere i destinatari di tale out out, tanto nello stile che piace a Politi, tutto fatto di classifiche e di esclusioni e di voti e giudizi… Questo pubblico teorico fatto di studenti o geometri che vogliono conoscere l’arte contemporanea a che scopo e cosa dovrebbero imparare dalla lettura di questo testo, dove Giuseppe Penone è considerato il Mastro Geppetto dell’arte italiana, e Bruce Nauman il John Wayne di quella americana, dove la Beecroft era più autentica e sincera quando era più “sfigata” e via discorrendo? Tutto questo lessico da senso comune sembra perfino strano trovarlo in punta alla penna del direttore della Fondazione Sandretto. Ma tant’è, oscuri meccanismi semiotici e di marketing stanno certamente dietro a tanto pressapochismo ruffiano e addomesticante del lettore. Gli addetti ai lavori potrebbero consultarlo al massimo come il libro delle barzellette su Totti, senza nemmeno scopi di Beneficenza.

 

 

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