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Il MAMBO di Bologna: il nuovo che avanza? PDF Stampa E-mail
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BLOGGARTE - Articoli

 

Viene da domandarsi in che modo la gestione di un grande spazio museale, cioè che rappresenti anche una città e l’arte con una vicinanza e attenzione al tempo della propria evoluzione, nonché del contesto europeo, per non dire intercontinentale, cui dovrebbe un’istituzione culturale rendere con un senso di identità forte e di alto profilo, possa invece farsi modesta peregrinazione nel, pur dignitosissimo, percorso della solita provincia italiana. Da quando Maraniello, grande amico di Oliva, è approdato al museo di Bologna, sembrava davvero che una ventata di novità e di cambiamento dovesse investire l’intero panorama nazionale con scelte coraggiose, di avanguardia o visto che questo termine è ormai cassato da un’idea relazionale più forte di Zeitgeist, e invece non ci lascia ad oggi che fare un resoconto di attività, abbastanza passivo, comodo, di scelte fin troppo condivisibili, ma anche legate più al passato di quella gloria territoriale che non al presente e immediato futuro. Da Zorio a Fellini, da Penone a Morandi ed è prevista in futuro una retrospettiva ancora su Dino Gavina, altro grande nome legato a Bologna. E allora si dirà se sono tutti grandi nomi, se sono tutti perfetti testimoni di quello spirito del tempo dove sta il problema? In che cosa ha fallito il progetto di Maraniello? Semplicemente nel fatto che tali scelte e nell’ordine tutti quelli qui citati sono personaggi morti e appartenenti all’ieri o anche all’altro ieri della scena artistica e che non possono di certo dirsi il “nuovo” né rappresentare uno scarto rispetto al resto di ciò che accade in Italia. Insomma ci aspettavamo mostre di livello e respiro internazionale e se non proprio Damien Hirst, che forse sarebbe stato fuori contesto o fuori dalla portata, almeno quei giovani e quel “giovane” che il direttore artistico prometteva al suo propositivo insediamento. Questo è si un museo d’arte moderna, e chiaramente il nome potrebbe trarre in inganno pubblico e spettatori piovuti da ogni dove, ma ricordiamo che anche il Moma di New York porta la stessa ambiguità nel nome eppure si fa carico di tutto quel moderno che sfocia nel contemporaneo, fino a diventare quell’assoluto presente di ampio sbocco che il mondo dell’arte guarda e invidia ancora oggi. Non c’è guizzo, né originalità nelle proposte, pochi gli artisti giovani e poca attenzione dimostrata, come se si desse al pubblico quello che il pubblico vuole, facendo sì delle proposte ma timidamente e con i grandi omaggi sempre lì pronti a placare la sete di cultura nazionale e sognante della collettività. Seth Price e Trisha Donnelly non fanno primavera, questi casomai dovrebbe essere il punto da cui dipartire tutta una serie di eventi all’altezza di ciò che fece Francesco Bonami a Villa Manin. Lo so, sono presupposti diversi e lo scopo del museo di una città ha tensioni da gestire e questioni economico-politiche da garantire, ma questo non ci riguarda, la nostra delusione fin ora è un dato di fatto, solo rispetto alle premesse così trionfalmente annunciate e poi disattese, ci sentiamo insomma ancora nella provincia italiana e non in una capitale della cultura e dell’arte internazionale.


 

 

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